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I luoghi
di Pavese non si possono circoscrivere alle sole Langhe. Pavese
era cittadino sino al midollo e Torino la sua città ideale. C'è anche, minoritario, un Pavese monferrino con i luoghi di Casale, Serralunga di Crea e Moncalvo. A Casale
Monferrato Pavese trascorse uno dei periodi più tormentati
della sua vita in un momento tragico per l'Italia devastata dalla
guerra civile, da sfollato. A Serralunga
di Crea, proprio sulla strada che conduce al santuario, c'era la casa
del marito della sorella, dove trascorse lunghi periodi. Questi luoghi li possiamo ritrovare ne "La casa in collina" e ne "Il mestiere di vivere". Durante
il medesimo periodo di sfollamento dalla città, Pavese andava
ogni tanto anche nella vicina Moncalvo dove abitava il conte Carlo
Grillo che diventerà il Poli de "Il diavolo sulle colline". Il mare, mai amato, come lo erano invece i due fiumi della vita di Pavese (il Belbo e il Po), compare ne "La spiaggia" ed è quello ligure di Varigotti, mentre quello calabro di Brancaleone è il mare dell'esilio dove compone i suoi 'tristia' (alcune poesie di "Lavorare stanca" e il romanzo "Il carcere). Però il nucleo più consistente dei luoghi pavesiani resta pur sempre quello langarolo, intorno a Santo Stefano Belbo, suo paese natale. Le sue
opere principali hanno come scenario naturale le Langhe
che nel dopo Pavese sono cambiate perché il paesaggio è
soggetto a continue e sempre più vaste trasformazioni. La Langa
di Pavese, ovviamente, era completamente diversa da quella odierna. Il Valino, personaggio de "La luna e i falò" che incendia il suo misero casotto uccidendo i familiari e infine se stesso, è spinto al suo gesto dalla disperazione per la vita grama sul minuscolo appezzamento di terra che affitta dalla Madama della Villa. Era
però una Langa
ecologicamente intatta: ci sono i tigli che fanno ombra ai perdigiorno,
pini e cipressi nelle ville dei signori, platani al Nido e al bar
di Canelli, gaggie nelle 'rive', alberi e canneti in riva al fiume,
salici ai margini delle vigne. Gli
elicotteri non ronzavano per le colline a spargere veleni né
la terra conosceva concimi e diserbanti chimici. Era la Langa della policoltura in cui accanto alla vigna c'era il prato, il campo di granturco, il noccioleto, la riva e il rittano dove Pavese colloca il dio-caprone, incarnazione del selvaggio, del primitivo, dell'arcaico che sopravvive accanto al moderno. La Langa odierna è una campagna ricca, trasformata, come tutta l'Italia, dallo sviluppo economico, nel bene e nel male. Gli insediamenti civili, industriali, artigianali vorticosamente cresciuti hanno incrinato quella preziosa unità del paesaggio, così come la monocoltura del vigneto ha fatto tabula rasa, cancellando rive, siepi, alberi, prati noccioleti. Ci resta quindi solo la letteratura di Pavese per ricostruire quel mondo contadino che, negli ultimi anni della sua vita, appariva già al tramonto ma di cui vengono continuamente evocati i segni: "Questa valle bisogna averla nelle ossa come il vino e la polenta , allora la conosci senza bisogno di parlarne, e tutto quello che ti sei portato dentro senza saperlo si sveglia adesso al tintinnio di una martinicca, al colpo di coda di un bue, al gusto di una minestra, a una voce che senti sulla piazza di notte". "Fa
un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che
mi ero dimenticato. Questa
Langa
Pavese la percorreva a piedi, durante i suoi brevi ma intensi ritorni,
a volte in compagnia dell'amico Nuto. Così
si spiega la conoscenza profonda che Pavese aveva della terra, degli
odori e dei sapori della campagna. "Allora partimmo, e lui si mise avanti per i sentieri delle vigne. Riconoscevo la terra bianca, secca; l'erba schiacciata, scivolosa dei sentieri; e quell'odore rasposo di collina e di vigna, che sa già di vendemmia sotto il sole". Erano anche le sensazioni dell'infanzia nelle Langhe che ritornavano come una fonte primigenia cui il ragazzo ormai diventato uomo continuava ad abbeverarsi. "...le aie, i pozzi, le voci, le zappe, tutto era sempre uguale, tutto aveva quell'odore, quel gusto, quel colore d'allora". "E' l'odore, l'odore della casa, della riva, di mele marce, d'erba secca e di rosmarino". L'avventura esistenziale di Pavese e di molti suoi personaggi inizia a S. Stefano Belbo, grosso paese di fondovalle ("Santo Stefano, all'imbocco della vallata del Belbo, è un poco la metropoli delle Langhe"), dove le estreme propaggini delle Langhe confinano con le prime colline del Monferrato. "Il
mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa
lo stradone provinciale dove giocavo da bambino. Dagli anni '60 in avanti un forte sviluppo urbanistico ha di molto mutato le caratteristiche dei "quattro tetti" pavesiani, compromettendo irreparabilmente le suggestioni letterarie che sopravvivono ancora sotto forma di frammenti, rintracciabili qua e là, senza più quel disegno e quell'unità organica che permeava la sua opera.
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