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Le Langhe
ritornano, e questa volta ossessivamente, nel romanzo del commiato dove,
in apertura di pagina, l'autore sembra voler radunare intorno a sé,
come per un abbraccio finale prima della partenza definitiva, i luoghi
e gli orizzonti dell'infanzia che per Pavese fu sempre l'età
decisiva e fondamentale.
Già dal titolo Pavese richiama il mito della terra, anche in
senso antropologico. Lo scrittore dimostrava un profondo interesse,
da studioso di etnologia, verso le credenze popolari contadine delle
Langhe, con le quali veniva a contatto anche conducendo, con l'aiuto
di Nuto, delle piccole inchieste etnologiche sul campo.
Nel suo diario annota il 1 Giugno 1942 che bisogna tagliare le piante
in luna decrescente, tranne il pino che per essere sano dev'essere abbattuto
a luna nuova. Se Pavese ha potuto interrogare direttamente dei contadini,
è ancora Nuto che gli fa rimarcare la regola dell'eccezione in
natura: tutte le piante, tranne il pino; allo stesso modo che esiste
un albero le cui foglie sono girate verso il basso (salice piangente),
un uccello con la coda pelosa, un mammifero la cui coda ha le piume.
Come non ricordare il dialogo del libro: "La luna, - disse Nuto - bisogna
crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano
i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino
gli innesti, se non si fanno i primi giorni della luna, non attaccano".
Ad Anguilla che ha perso il legame con la terra, sembrano tutte superstizioni,
ma è sempre Nuto a ricordargli che prima di giudicare deve ridiventare
contadino: "Un vecchio come il Valino non saprà nient'altro ma
la terra la conosceva".
Anche i falò, con cui nel titolo veniva messa in relazione la
luna, bruciano ancora sulle colline non solo come fuochi di gioia ma
anche di pena.
Per la festa della Madonna della Neve di Moncucco, la collina che sovrasta
Santo Stefano Belbo, questi fuochi, comuni a molte civiltà rurali
dell'Europa, scandiscono il tempo festivo dell'eterno ritorno delle
stagioni.
Si accendono anche a fine inverni, dopo la potatura, per eliminare il
legno vecchio delle viti mentre in passato s'accendevano per allontanare
la minaccia della grandine.
I falò sono pre - cristiani, legati ai riti sacrificali per la
fecondità della terra e per scongiurare la sorte avversa e la
morte.
Nel romanzo rappresentano anche il fuoco che distrugge: la famiglia
del Valino, il corpo di Santa. Come nella Grecia classica, il falò
è di nuovo rito, sacrificio, purificazione.
Importantissimo, nel romanzo, l'apporto di Nuto che appare sotto forma
di secondo attore, antagonistico e complementare nello stesso tempo,
ma anche, in un certo senso, come il co - autore che fornisce a Pavese
l'oralità delle storie contadine e, insieme, media il rapporto
troppo intelletualizzato dello scrittore con il mondo delle Langhe.
La vicenda
de "La luna e i falò" è ambientata in un'area geografica
abbastanza ristretta, al confine tra S.Stefano Belbo e Canelli, tra
la collina dei Robini (Gaminella) dove si trova il casotto di Padrino,
la piana del Belbo dove c'è la Mora e la collina del Salto dove
c'è la falegnameria di Nuto.
Proprio dalla collina di Gminella prende inizio la storia di Anguilla,
il trovatello protagonista del romanzo.
Era molto diffusa nelle Langhe l'adozione, da parte delle famiglie contadine,
di questi ragazzi senza genitori (in dialetto chiamati "ventïrin").
A questo proposito, Pavese incaricò l'amico Nuto di svolgere
un'indagine "sociologica" sui trovatelli ancora presenti alla fine degli
anni '40 sul territorio di S.Stefano.
La collina di Gaminella è dunque una delle due facce, con il
Salto, dell'universo de "La luna e i falò", circondata da un
alone di mistero, impossibile da conoscere completamente per la sua
grandezza.
"...Vedevo Gaminella in faccia, che a quell'altezza sembrava più
grossa ancora, una collina come un pianeta, e di qui si distinguevano
pianori, alberetti, stradine che non avevo mai visto. Un giorno pensai,
bisogna che saliamo lassù.
Anche questo fa parte del mondo".
E' certamente la collina più imponente del paesaggio santostefanese
("una collina come un pianeta") talmente lunga da sconfinare nel territorio
di Canelli: "la collina di Gaminella, un versante lungo e ininterrotto
di vigne e rive, un pendio così insensibile che alzando la testa
non se ne vede la cima - e in cima, chi sa dove, ci son altre vigne,
altri boschi, altri sentieri...".
Fittissima e varia è la sua geografia "tutta vigne e macchie
di riva", dove però predomina l'incolto, il selvatico, la riva
e il bosco rispetto al coltivato, che non è solo vigna, ma noccioleto,
campo, prato.
Ripercorrendo a ritroso i testi Pavesiani, già nel racconto "Il
mare" avvertiamo la presenza di questa collina: "Alle volte penso che
se avessi avuto il coraggio di salire fino alla cima della collina non
sarei più scappato a casa. La notte di San Giovanni doveva essere
passata da poco, perché già diverse volte c'eravamo messi
per la strada del vallone e salivamo fino ai noccioli a cercare il letto
dei falò.
Sapevamo che in cima ce n'erano di larghi come un prato".
A Gaminella
si trovava il casotto del Padrino e della Virgilia ("...due stanze e
una stalla - la capra e quella di noccioli"), una misera casa circondata
da un fazzoletto di terra ai limiti della sussistenza fisica.
Qui Anguilla passa i suoi primi anni, dividendo, con la famiglia del
Padrino, le magre risorse della terra.
Tale e quale lo ritroverà al ritorno, in una pagina condotta
sul filo dell'emozione davanti al passato che improvvisamente riappare
e che è nel contempo, un catalogo di oggetti, odori, situazioni
e sensazioni.
"Seguitai a salire, e vidi il portico, il tronco del fico, un rastrello
appoggiato all'uscio - la stessa corda col nodo pendeva dal foro dell'uscio.
La stessa macchia di verderame intorno alla spalliera del muro. La stessa
pianta di rosmarino sull'angolo della casa. E l'odore, l'odore della
casa, della riva, di mele marce, d'erba secca e di rosmarino".
Sono cambiati i suoi abitanti, ora c'è la famiglia del Valino,
ma la miseria è la stessa, con l'aggravante che bisogna spartire
i poveri raccolti con la padrona, l'arcigna "madama della Villa".
In Cinto, il figlio storpio del Valino, destinato a un'esistenza grama
nel chiuso cerchio delle colline, Anguilla rivede se stesso ragazzo
in un'identificazione che sarà uno dei motivi portanti del libro.
Dalle descrizioni di Pavese risulta molto difficile rintracciare l'esatta
ubicazione di questo casotto. Può anche darsi che non esista
come luogo fisico e che lo scrittore si sia rifatto a qualcuna o a più
di una delle tante costruzioni con simili caratteristiche.
Fattosi più grandicello Anguilla scende a valle dove, su interessamento
del parroco, viene collocato come servitore.
Annunciata da maestosi pini, che contrastano con i pochi alberi da frutta
del casotto di Gaminella, e da un tripudio di fiori, "nella grassa piana
oltre il Belbo..." c'è la Mora.
Qui è subito tutt'altra vita. Nella grande casa (ancor oggi esistente
sulla strada per Canelli, poco oltre la falegnameria di Nuto), vivevano
insieme al padrone e alle sue figlie, le serve, i servitori, i braccianti:
"La Mora era come il mondo...Era un'America, un porto di mare. Chi andava,
chi veniva, si lavorava e si parlava...".
I raccolti erano abbondanti e davano da mangiare a tutti, oltre a garantire
una certa agiatezza economica alla famiglia padronale.
"Mi tornavano in mente le cene di cui si raccontava alla Mora, cene
d'altri paesi e d'altri tempi. Ma i piatti erano sempre gli stessi,
e a sentirli mi pareva di rientrare nella cucina della Mora, di rivedere
la donne grattugiare, impastare, farcire, scoperchiare e far fuoco,
e mi tornava in bocca quel sapore, sentivo lo schiocco dei sarmenti
rotti".
I terreni, ovviamente, erano anche molto estesi: "...le terre della
Mora andavano dalla piana del Belbo a metà collina e io, avvezzo
alla vigna di Gaminella dove bastava Padrino, mi confondevo con tante
bestie e tante colture e tante facce".
Poi c'erano i fiori, strane piante senza frutti, inconcepibili nella
chiusa economia del casotto di Gaminella.
E a dire della musica che dalle stanze padronali arriva alle orecchie
di Anguilla: "...capivo che quella musica non era la musica che suonano
le bande, parlava d'altro, non era fatta per Gaminella né per
le albere di Belbo né per noi".
In quelle stesse stanze si consumavano le inquietudini delle tre sorelle,
fragili figure femminili affannate di vita e di esperienze, dai tratti
cechoviani.
Finiti per sempre i sospiri d'amore, le passioni, le vane speranze e
le tragedie cui fatalmente conducono le insoddisfatte aspirazioni, la
Mora è ancora là, sulla strada per Canelli, disabitata,
muta.
Dalle finestre non arrivano più le note del pianoforte, che spandevano
sul giardino, sui fiori e per le vigne il fascino della giovinezza di
Irene, Silvia e Santina.
Anche se la Mora si è conservata quasi intatta, con il bellissimo
cortile interno acciottolato, "il finestrino rotondo, che guardava la
collina del Salto", la "torretta della piccionaia" e tutto il resto
(tranne il cancello d'ingresso sulla statale con i due pini, eliminato
per lavori di allargamento della strada) e quindi con il fascino di
un tempo, il contesto invece appare profondamente trasformato.
In questa
cascina inizia per Anguilla, disceso dallo sperduto casotto di Gaminella,
un nuovo capitolo della sua vicenda umana, al centro di un mondo molto
più vario e composito.
"...Nei primi tempi della Mora, a me che venivo da un casotto e da un'aia
sembrava un altro mondo: era l'odore della strada, dei musicanti, delle
ville di Canelli dove non ero mai stato".
Ed è qui che conosce Nuto, per la vicinanza della falegnameria
dove si costruiscono bigonce e torchi (un lavoro strettamente legato
all'economia vitivinicola e ormai definitivamente scomparso per la concorrenza
dei nuovi materiali).
La casa - laboratorio di Nuto si trova poco prima della Mora: "la sua
casa è a mezza strada sul Salto, dà sul libero stradone;
c'è un odore di legno fresco, di fiori e di trucioli...Chiunque
passasse, andando a Canelli o tornando, si fermava a dir la sua, e il
falegname maneggiava le pialle, maneggiava lo scalpello o la sega, e
parlava con tutti, di Canelli, dei tempi di una volta, di politica,
della musica e dei matti, del mondo".
Per la sua posizione, affacciata sulla strada per Canelli, era un po'
una finestra aperta sul mondo. Tutti erano obbligati a passargli davanti:
a piedi, in bicicletta, con il carro e i buoi, carrozze padronali, maestrine
col parasole,ecc. Con tutti c'era qualcosa da dire, per ognuno il discorso
tagliava su misura.
E' un'atmosfera difficilmente immaginabile oggi per l'intensità
del traffico automobilistico in transito sulla statale che poco ha in
comune con lo "stradone" pavesiano.
Anche il muretto antistante la casa oltre la strada è stato sacrificato
per lavori di allargamento della stessa, mentre la riva dove venivano
buttati i trucioli ("...li buttavano a ceste nella riva sotto il salto
- una riva di gaggie, di felci e di sambuchi, sempre asciutta d'estate")
non esiste più da tempo.
Esiste ancora, invece, il maestoso glicine a lato della casa sotto cui
c'è una panchina dove si sedeva sovente Nuto quando accoglieva
i visitatori.
Per quarant'anni, dopo la morte di Pavese, ne tenne vivo il ricordo
come un falò che arde senza spegnersi: un caso unico di personaggio
letterario che diventa vivente testimone e custode di un museo di straordinario
valore, rimasto inalterato nel tempo con tutto il suo, potente fascino
evocativo.
La morte
di Nuto nel 1990 ha momentaneamente interrotto la fruizione pubblica
di questo luogo di "frontiera" tra lavoro artigianale e lavoro intellettuale.
Proprio su questa ipotesi - il collegamento con la storia della letteratura,
con la storia di un'attività artigianale, con la storia complessiva
di una comunità - si è lavorato per riaprire al pubblico
la casa - museo.
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