venerd́ 16 maggio 2008

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MARCHESA GIULIA FALLETTI DI BAROLO

Ricordati che io sono e rimarrò sempre vandeana”, aveva detto un giorno la marchesa Giulia al Conte di Cavour.
In questa solida affermazione emergono, non solo il profondo attaccamento alla terra dove nacque, la Vandea appunto, ma tutta la forza e la determinazione di una donna che sempre, nonostante i grandi fermenti di idee politiche e sociali che turbinavano a Torino nel corso dell’800, rimarrà fedele ai suoi ideali, a uno stile di vita rigoroso e severo, in netta opposizione alle idee liberali e anticlericali di cui proprio il conte di Cavour, “le petit terribile Camille”, era esponente di spicco.

Giulia Vittorina Colbert de Maulevrier, sposa del marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, fu la fondatrice dell’Opera Pia Barolo, che aveva come primario obiettivo quello di riunire istituti di educazione, di assistenza e di soccorso rivolti soprattutto alle giovani donne di umili condizioni. Subito dopo la Restaurazione, ella iniziò la sua attività filantropica nelle carceri femminili torinesi. La marchesa si adoperò nottetempo per riuscire nel miglioramento delle disperate condizioni in cui erano costrette a vivere le carcerate, mediante il sostegno della preghiera, dell’istruzione religiosa e del lavoro, considerato uno strumento indispensabile di riscatto morale, per riuscire a vivere nuovamente nella società in maniera dignitosa.

SOMMARIO
L’infanzia in Francia
La formazione
Il matrimonio
Carlo Tancredi Falletti, ultimo marchese di Barolo
I due volti di Torino capitale: ricchezza e povertà
Carità cristiana e filantropia
La riforma del sistema carcerario
Le istituzioni fondate da Giulia
L’amicizia con Silvio Pellico
Giulia la marchesa del…….Barolo
L’Opera Pia Barolo

Fu la preziosa amica del patriota saluzzese Silvio Pellico. A Palazzo Falletti e nel castello di Barolo, nella quiete della campagna, egli trovò un rifugio sicuro, per ritemprarsi nello spirito e nel corpo, fortemente provati, dopo il periodo di prigionia trascorso nel carcere duro dello Spielberg, e divenne segretario e bibliotecario della famiglia Falletti fino alla morte, avvenuta nel 1854.
Ma fu anche nello stesso tempo la madrina illustre di un grande vino di Langa: il Barolo, che proprio nelle cantine del castello marchionale, a Barolo, vide timidamente la luce, grazie all’aiuto prezioso del tecnico francese Oudart, collaboratore negli stessi anni dello stesso Cavour.

“Il volto che a prima vista poteva sembrare scialbo, si accendeva però di vivida luce quando lei cominciava a parlare, e allora tutta la persona brillava per bellezza e grazia”

L’infanzia in Francia
Giulia nasce il 26 giugno 1786 nel castello avito di Maulévrier in Vandea, da una famiglia di antica aristocrazia.
La madre è la contessa Anne-Marie de Quengo de Crenolle, ed è parente del re Luigi XVI, il padre è il marchese Edouard Colbert de Maulevrier, niente meno che discendente del celebre ministro del re Sole.
Purtroppo il destino subito la mette alla prova, privandola a soli quattro anni della madre, che muore il 14 luglio 1789, data fatidica per la Francia tutta, perché quel giorno, con la presa della Bastiglia, ebbe inizio la Rivoluzione Francese, che mutò per sempre le sorti dell’Europa intera.
Anche la famiglia di Giulia, come molte altre nobili casate francesi, sono in grave pericolo. La Rivoluzione, ormai in atto, appare inarrestabile e non guarda in faccia nessuno, tanto che molti componenti della sua famiglia, proprio per l’importanza del nome e per i legami di parentela con la famiglia reale, vengono giustiziati pubblicamente.
A questo punto l’unica soluzione possibile per sfuggire al massacro che la sanguinosa rivolta popolare trascinava dietro di sè, era quella di fuggire lontano e così il padre decise di trovare rifugio in Olanda, per procurare la salvezza ai suoi tre figli.
Quando Napoleone, diventato imperatore, muterà le leggi rivoluzionarie, potranno fare ritorno in patria e ritornare ai loro antichi privilegi, frequentando la fastosa corte imperiale.

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La formazione
Nonostante la Francia stia attraversando un periodo di enormi mutamenti politici e sociali, il marchese rimane indifferente alle nuove realtà e decide di educare i figli seguendo un metodo molto tradizionalista.
Giulia mostra fin da bambina un carattere vivace ed autoritario, dotata di un’acuta e brillante intelligenza, riceve dal padre un’educazione raffinata, ed un’istruzione quasi enciclopedica, con lo studio di varie discipline, secondo i principi rigorosi della religione cattolica e della monarchia assolutista, che, come abbiamo visto, aveva cominciato a scricchiolare sotto i colpi di cannone della Rivoluzione.

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Il matrimonio
Come era consuetudine per quei tempi, Giulia sposò un uomo indicatole dal padre: il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo.
I due giovani si conobbero alla corte parigina di Napoleone Bonaparte, anzi sembra che lo stesso Napoleone caldeggiasse le nozze fra i due giovani, che furono celebrate a Parigi il 18 agosto 1806.
Quello che a prima vista poteva sembrare uno dei tanti matrimoni di convenienza tra nobili casate, si rivelò invece un sodalizio saldo e duraturo nel tempo, che seppe crescere in virtù della comunione di intenti che animava i due sposi. Essi non ebbero figli.
Stabilirono la loro dimora a Torino, ma trascorsero i primi anni del matrimonio viaggiando spesso tra Italia e Francia, Olanda, Belgio e Germania.
Solo dopo il 1814, alla definitiva caduta di Napoleone, decidono di trasferirsi in maniera definitiva a Torino, abitando nel sontuoso palazzo della famiglia Falletti, in via delle Orfane.
Naturalmente dato il loro elevato lignaggio frequentano la corte e il loro palazzo diventa in breve tempo uno dei “salotti” più raffinati e ricercati dell’epoca dal punto di vista culturale e sociale. Durante le consuete riunioni settimanali non era raro incontrare personaggi come De Maistre, De Broglie, Lamartine, Cavour, Cesare Balbo, gli Alfieri di Sostegno, Federico Sclopis, i Marchesi di Saluzzo, i Della Rovere, i nunzi pontifici e tutti i nobili forestieri che si trovavano a passare per la città.
Infine Silvio Pellico, che fu presentato ai Falletti da Cesare Balbo, all’indomani della sua scarcerazione dal carcere dello Spielberg, che divenne poi bibliotecario e segretario di famiglia.
Ma ci fu anche un’altra dimora che presto conquistò il cuore della marchesa ed era il castello avito a Barolo, dove i Falletti già da tempo possedevano il loro immenso patrimonio di tenute agricole e dove nacque il vino che fu poi detto Barolo e di cui la marchesa fu la madrina illustre.


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Carlo Tancredi Falletti, ultimo marchese di Barolo
Carlo Tancredi, figlio del senatore Ottavio Falletti, era nato a Torino il 26 ottobre 1782.
Uomo colto e sensibile, apparteneva ad una delle famiglie nobili più antiche, ricche e prestigiose del Piemonte sabaudo, che in quegli anni era sotto l’egemonia francese. Come il padre era membro della Reale Accademia delle Scienze di Torino, interessato quindi più agli studi che non alla carriera militare, fu autore di novelle e di testi religiosi.
Godette della stima, prima, di Napoleone che lo nominò “Conte dell’Impero” e ricoprì la carica di consigliere di stato e successivamente dei Savoia e su invito del re Carlo Felice fu sindaco di Torino negli anni 1825 e 1829.
Il suo impegno maggiore lo dedicò alla beneficenza, in perfetta sintonia di intenzioni con la moglie.
Egli fece costruire scuole gratuite di disegno applicato alle arti e ai mestieri, un asilo infantile all’interno di Palazzo Barolo, che si preoccupò di abbellire con fontane, giardini e con un’efficiente rete di illuminazione, ordinò che fossero distribuiti ai poveri pane e legna, dispose un’ingente donazione in denaro in favore dell’edificazione del Cimitero Generale di Torino, fu il fondatore con Giulia della Congregazione delle Suore di Sant’Anna. Durante la terribile epidemia di colera che colpì Torino nel 1835 si adoperò in maniera generosa nel curare i bisognosi, tanto che la sua salute ne rimase seriamente compromessa.
Solamente tre anni dopo nel 1838 la morte lo colse improvvisamente nel bresciano, e nel suo testamento nominò erede universale la moglie, dichiarando che “avrebbe adempito esattamente le sue intenzioni di erogare ogni sua sostanza a gloria di Dio e a sollievo dei poveri.”


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I due volti di Torino capitale: ricchezza e povertà
Torino stava vivendo a quell’epoca le tipiche contraddizioni e le problematiche di un’importante fase di transizione. Anche qui erano giunti i fermenti della Rivoluzione francese, era passato il periodo in cui il Piemonte era divenuto francese per mano di Napoleone ed ora, dopo la Restaurazione, con il ritorno sul trono del re Vittorio Emanuele I, la città sembrava divisa in due. Due realtà diverse, non tanto ostili tra di loro quanto piuttosto estranee.
C’erano i quartieri cosiddetti alti, dove sorgevano i palazzi sontuosi, dove i viali erano ampi e alberati, dove i giardini, ben curati, erano il luogo prediletto del passeggio quotidiano, dove le vie, spaziose e pulite, ospitavano, spesso al riparo di magnifici portici, i locali più alla moda, come i caffè, dove si davano convegno i notabili e i nobili per una piacevole chiacchierata e non solo, dove potevi benissimo incontrare personaggi come Cavour, Balbo, d’Azeglio.
Accanto esistevano i quartieri cosiddetti bassi, Moschino, Vanchiglia, Borgo Dora, dove persino la polizia si recava malvolentieri. Un reticolo di vie strette, anguste, delimitate da dimore fatiscenti, maleodoranti, dove la vita trascorreva a fatica e dove la criminalità non tardava a nascere e crescere in maniera redditizia. Qui infatti viveva ammassata la popolazione più povera e numerosa in una condizione di degrado sociale e ambientale notevole, che però non era estraneo a quello che si respirava nel resto delle città d’Europa, dove la povertà non era tanto un problema da risolvere quanto piuttosto un delitto da reprimere.
Nel 1848, Torino, in seguito alla proclamazione dello Statuto Albertino, era diventata la capitale di un regno costituzionale. Lo sviluppo delle prime industrie, con il conseguente sviluppo urbanistico, aveva favorito a maggior ragione l’arrivo di parecchi immigrati dalle campagne e da altre parti d’Italia, con la speranza, da una parte, di trovare condizioni di vita migliori, anche grazie a occupazioni precarie o al sostegno della carità, dall’altra per respirare quel clima politico che si stava diffondendo nella capitale subalpina e che animava gli animi dei patrioti, protagonisti di quello che sarebbe stato il Risorgimento italiano. Purtroppo una buona parte di queste persone non riesce a scrollarsi di dosso la mentalità e le consuetudini tipiche della vita contadina, rimane analfabeta, si alimentata in maniera insufficiente e si trascina in una vita breve e stentata, per mezzo di espedienti, accattonaggio, prostituzione e una quantità di reati piccoli e grandi, di cui il principale era il furto.


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Carità cristiana e filantropia
Torino sta radicalmente cambiando: a poco a poco emergono tensioni e problemi nuovi che trovano nella povertà e nell’indigenza delle condizioni di vita un denominatore comune.
A questa situazione di grave degrado sociale e morale, cercarono di porre in varia maniera un qualche rimedio, religiosi e laici, sacerdoti e fedeli, mossi alcuni dalla carità cristiana, gli altri dai principi della filantropia.
Nei decenni precedenti, Torino aveva già assistito a parecchi tentativi per arginare il problema dilagante della povertà, ponendo un freno alla diffusione degli indigenti che affollavano le vie della città chiedendo l’elemosina e bussando alle porte dei palazzi signorili, mediante la fondazione di istituti che potessero ospitare i poveri, come lo Spedale di mendicità, nato nel 1717 in Via Po. In realtà non era tanto un luogo deputato al ricovero ma un luogo di detenzione, dove i poveri venivano educati al lavoro subordinato per diventare un domani utili e produttivi alla società.
I primi decenni dell’800 vedono impegnarsi nell’assistenza ai derelitti della città i privati, mossi da un autentico spirito di carità cristiana, e così singoli benefattori e istituti religiosi scendono in campo per cercare di porre un rimedio alle numerose situazioni di indigenza e degrado che si presentavano quotidianamente davanti ai loro occhi.
La meravigliosa dimora dei marchesi Giulia e Tancredi Falletti di Barolo divenne uno dei luoghi simbolo dove questa beneficenza si realizzò a pieno, fornendo sostegno e protezione ai poveri che si presentavano disperati alla porta.
Ma ad un certo punto ci fu un mutamento nelle intenzioni di fare del bene soccorrendo i più deboli.


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Le opere a favore dei più deboli

La riforma del sistema carcerario
Ma se anche solo passeggiando per le vie della città si poteva assistere alle condizioni di miseria e di degrado in cui versavano le classi più umili della società torinese, possiamo ben immaginare quale potesse essere la situazione di squallore e abbrutimento morale che dominava le carceri, dove l’incuria e l’abbandono erano tristemente diffusi e, soprattutto gli abusi di qualsiasi genere, compiuti ai danni di quegli infelici, complice l’indifferenza dell’autorità municipale.
Fu un caso puramente fortuito che spinse, più o meno a partire dall’anno 1814, Giulia ad interessarsi delle detenute nelle carceri torinesi: le Senatorie, del Correzionale, delle Torri.
Fu una domenica mattina del 1814 che Giulia, in maniera casuale e traumatica, prese coscienza con dolente tristezza, della pessima situazione che regnava nella carceri femminili torinesi.
E poi non dimentichiamo che Palazzo Barolo, in via delle Orfane, era proprio di fronte al tribunale, per cui ogni giorno la marchesa poteva assistere di persona alla situazione desolante in cui venivano tenute quelle miserande creature: cibo scarso e avariato, malattie e contagi, ignoranza, condizioni igieniche terrificanti, promiscuità, favorivano una condizione di avvilimento, che contribuiva a spegnere ogni speranza che potesse esistere una vita migliore una volta fuori dal carcere.
Da quel momento in poi Giulia, accanto ad una brillante vita di società, con il prezioso aiuto del marito, diede inizio alla sua opera caritativa, avveniristica e rivoluzionaria per i tempi, per tentare un possibile recupero non solo delle carcerate, ma dell’intero organismo carcerario.
Con abilità seppe sfruttare il prestigio e l’influenza di cui godeva la famiglia Falletti in certi ambienti della corte, assai utili per farsi aprire le carceri femminili, sfidando coraggiosamente i pregiudizi dell’epoca, e diventare per le detenute un punto prezioso di riferimento, attento e di cui ci si poteva fidare.
Furono due i presupposti fondamentali che animarono l’operato di Giulia: migliorare le condizioni di vita in cui versavano le carcerate, mediante un trattamento più umano, tenendo conto del rispetto dell’igiene, e migliorare le condizioni morali con il sostegno dell’istruzione religiosa, che lei stessa impartiva, con la collaborazione in seguito di altre dame, con l’introduzione all’interno delle carceri dei cappellani e con il lavoro, che considerava un mezzo indispensabile per un autentico recupero e per un eventuale ritorno nella società civile. In sostanza il carcere poteva essere considerato non solo da un punto di vista puramente punitivo, ma poteva diventare il luogo dove iniziare il processo di riabilitazione e il recupero della vita civile di chi si era macchiato di reati contro la giustizia.
Si impegnò assiduamente per porre un freno ai tempi lunghi in cui tergiversavano i processi, per offrire alle recluse un abbigliamento pulito e decente, per porre fine allo spaccio di bevande alcoliche enormemente diffuso all’interno delle carceri, di cui erano complici compiacenti gli stessi secondini.
Ma ciò non era ancora sufficiente. Giulia voleva fare di più e così arrivò a coinvolgere il Segretario di Stato con la proposta di una vera e propria riforma che investisse le carceri.
Profondamente convinta della sua intuizione, volta non solo al miglioramento della situazione dentro le carceri femminili, ma anche al recupero morale delle prigioniere, Giulia pose mano allo studio della struttura carceraria diffusa nel regno piemontese e in altri stati europei, arrivando a instaurare contatti con tutti coloro che in Europa stavano maturando esperienze di assistenza dello stesso genere. La marchesa era anche perfettamente consapevole che un’opera di tal levatura poteva essere portata avanti in modo veramente efficace solo con l’appoggio e la collaborazione dell’autorità civile e così presentò il suo progetto all’amministrazione carceraria che lo accolse in maniera favorevole.
Un dispaccio ministeriale del 30 ottobre 1821 mise a disposizione della marchesa il carcere femminile delle Forzate, di cui divenne la Sovrintendente, affinché ella stessa potesse programmarne l’attività come meglio riteneva opportuno. Giulia si affrettò a trasferirvi le detenute delle altre carceri e riuscì ad organizzarlo come un istituto di pena modello, con il prezioso aiuto delle suore di San Giuseppe, che provenivano da Chambery e che entrarono a far parte dell’organico dell’istituto. Essa predispose il regolamento interno e volle che fosse discusso con le detenute stesse, che approvarono con un consenso unanime.


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Le istituzioni fondate da Giulia
Ma ciò non bastava ancora, bisognava fare in modo che una volta uscite dal carcere, quelle poverine avessero una qualche istituzione su cui poter contare per tornare a vivere in maniera onesta, trovare un lavoro pulito e magari anche aspirare al matrimonio e ad una vita dignitosa nella società. Fu per questo motivo che la Barolo creò altri complessi, avendo a conoscenza fondazioni nate e cresciute a Parigi nel ‘700 e che erano state ricostituite per opera dell’abate Legris Duval, che ella aveva conosciuto.
Spirito profondamente religioso e timoroso di ogni rivolgimento sociale, nonostante l’avesse dolorosamente colpita la prematura morte del marito Tancredi, avvenuta nel 1838, Giulia frequentò sempre più di rado gli eleganti salotti della capitale e si dedicò anima e corpo alle sue opere di assistenza.
Senza figli e con un immenso patrimonio famigliare, Giulia fu la coraggiosa artefice di istituzioni rivolte soprattutto alle donne e all’infanzia.
Sempre nel 1821 aprì una scuola per fanciulle povere a Borgo Dora, un quartiere operaio di recente insediamento.
Nel 1823 l’istituto del Rifugio, aperto con l’aiuto del marito e del governo piemontese nel quartiere Valdocco, era dedicato, come riferisce il Pellico a “misere zitelle che, dopo essere state sedotte, si pentivano del loro fallo e, bramose di ritornare a vita cristiana, avevano d’uopo di una mano pietosa che le rialzasse e le sostenesse”, alle donne appena uscite dal carcere e a quelle “traviate e penitenti”, che volessero entrare per volontà loro, in un tentativo sincero di rendere la loro vita migliore. Qui rimanevano per un periodo che andava dai due ai tre anni, lavorando e pregando, quando uscivano potevano sposarsi, se erano fortunate, entrare a servizio presso qualche famiglia o lavorare.
Successivamente fu fondato il Rifugino per aiutare le ragazze, che loro malgrado venivano a trovarsi in difficoltà e potevano così contare su un sostegno sicuro e fidato.
Nel 1825 una decisione coraggiosa spinse la marchesa, a destinare una parte del piano terreno del loro palazzo a “sala d’asilo” per i bambini delle famiglie poco abbienti, che non sapevano a chi affidare i loro figli durante le ore di lavoro nelle fabbriche. Fu il primo di questo tipo nato in Italia.
Successivamente nel 1833, dietro espressa richiesta di alcune ospiti, la marchesa fece costruire adiacente al Rifugio, il Monastero delle “Sorelle penitenti di Santa Maria Maddalena”, le Maddalene, che diventarono poi con il passare degli anni “Figlie di Gesù Buon Pastore”, congregazione missionaria, che tuttora è attiva. L’organizzazione poteva accogliere le donne, che una volta convertite, desideravano dedicare la propria vita a servire Dio, diventando monache di clausura, per cercare di espiare le colpe del passato nel modo che ritenevano il migliore possibile. Nello stesso tempo diede vita a due organizzazioni che dovevano rispettivamente occuparsi della correzione e dell’educazione delle giovani fanciulle “al di sotto dei dodici anni, già cadute nel vizio per colpa di gente perversa e talora dei propri parenti” e le bambine orfane, chiamate le Maddalenine e le Giuliette.
Nel 1845 aprì l’Ospedaletto di Santa Filomena, che accoglieva bambine disabili, rifiutate da altri istituti.
Nel 1847 creò nelle stanze a pianterreno di Palazzo Barolo tre ”Famiglie operaie”, gruppi di ragazze dai 14 ai 18 anni, che venivano ospitate per un periodo di sei anni perché imparassero un mestiere presso artigiani di fiducia ed onesti.
Nel 1857 diede vita al laboratorio di San Giuseppe, scuola di tessitura e di ricamo per ragazze di umili origini e prive di mezzi.
Per ultimo fece costruire la chiesa parrocchiale di Santa Giulia, dove furono poi traslate le sue spoglie e quelle del marito.
Anche fuori Torino prestò la sua opera con la fondazione di un asilo a Castelfidardo, su richiesta del municipio stesso, e una casa per ragazze a rischio a Lugo, su invito del vescovo di Imola.

Tutte queste furono opere per le quali la marchesa impegnò gran parte delle ricchezze di famiglia, poiché sentiva di avere una sorta di debito nei confronti dei poveri e dei miserabili, lei, che era nata e cresciuta nell’agiatezza e nel benessere.
Infatti così scriveva in una lettera poco dopo la morte del marito:
“In nome di colui (il marito) che è finito come un pezzente, io devo dedicarmi a tutti i miserabili. Io devo scontare i secolari privilegi degli avi, devo saldare i debiti che essi hanno contratto coi paria e con gli sfruttati, devo pareggiare l’implacabile conto, che ciascuno ha con la propria coscienza. Una voce cara e indulgente m’incita! Io non avrò più altra dolcezza che obbedire a quel comandamento.”
Per tutta la vita seguì personalmente le sue istituzioni coadiuvata dalle sue suore, a favore della dignità delle donne, di tutte le donne, anche delle più misere.
Documenti dell’epoca testimoniano che Giulia spese in opere di beneficenza più di 12 milioni di lire, quasi il bilancio di uno stato di quei tempi.
E per essere sicura che la sua opera di carità e di assistenza potesse continuare nel tempo, anche dopo la sua morte, fondò l’Opera Pia Barolo, tuttora esistente, la cui presidenza si alterna tra l’arcivescovo e il presidente della Corte d’Appello di Torino.
La morte la colse, dopo lunga e sofferta malattia, il 19 gennaio 1864, nel suo palazzo di Torino.
Il 21 gennaio 1991 nella chiesa di San Lorenzo in Torino, l’arcivescovo Saldarini dava inizio alla sua causa di beatificazione.

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L’amicizia con Silvio Pellico
Nel 1830 Silvio Pellico, da otto anni detenuto nel carcere duro dello Spielberg in Moravia, per i suoi trascorsi politici di carbonaro, ottiene la grazia dal governo austriaco e può finalmente tornare in Italia. Decide di stabilirsi a Torino e di condurre una vita appartata concentrata sugli studi, lontano dal clima politico e sociale in continuo fermento che si respirava allora in città e che avrebbe condotto alla Prima Guerra d’Indipendenza.
Fu Cesare Balbo a presentare il Pellico ai marchesi, ed in breve tempo egli divenne per la marchesa Giulia un amico intimo e un consigliere fidato, che come nessun’altro poteva condividere con lei i crucci dell’attuale condizione in cui versavano le carceri femminili.
La marchesa, per farlo restare a Torino, gli propose una pensione annua, e lui di buon grado accettò.
Da allora fino alla morte sarà il segretario personale dei marchesi Falletti, nonché bibliotecario di fiducia, dedicandosi con passione alla gestione dell’enorme patrimonio librario conservato presso Palazzo Barolo a Torino e nel castello di famiglia a Barolo.

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Giulia la marchesa del…….Barolo
Ma c’è un altro aspetto, che può apparire singolare per una figura così ascetica e quasi in odore di santità, che è quello che la lega strettamente al mondo del vino.
Già si è parlato delle enormi tenute fondiarie che i Falletti possedevano nelle terre tra Barolo, Serralunga e Castiglione Falletto e che erano per buona parte coltivate a vigneto.
D’altra parte la vigna era parte integrante del paesaggio collinare da secoli ed era diventata una delle maggiori fonti dell’economia rurale di quelle terre e di sostentamento delle famiglie che vi abitavano.
Si narra che un giorno Carlo Alberto rimproverasse in maniera scherzosa la marchesa “imperocché mai gli aveva fatto gustare quel suo famoso vino del quale tanto aveva sentito parlare”.
Pochi giorni dopo una lunga fila di carri trainati dai buoi solcava le vie di Torino, destando senza dubbio stupore e meraviglia nei passanti, diretta a Palazzo Reale. Ogni carro trasportava una carrà di vino, sorta di botticella tipica della zona del Barolo, della capacità di circa dieci brente e conteneva del Barolo, per ciascuna delle tenute dei marchesi. 325, una per ogni giorno dell’anno, a parte i 40 giorni di quaresima, poiché secondo l’indole molto pia della marchesa durante quel periodo bisognava astenersi dal bere vino.
Fu tanto l’entusiasmo del re che desiderò anch’egli possedere vigneti in terre così generose.
E infatti la frequentazione della corte dei marchesi Falletti e la loro amicizia con le famiglie più nobili fu di enorme giovamento anche al vino che veniva prodotto sulle loro terre di Barolo. I Falletti lo regalavano ai Savoia, lo offrivano ai loro invitati, ne rifornivano gli amici.
Fu la stessa marchesa Giulia, già vedova, a chiedere l’aiuto al “petit terribile Camille”, per poter approfittare della preziosa consulenza dell’enologo francese Oudart, che dal 1843 collaborava con il conte Camillo nella produzione del vino Barolo nelle cantine del castello di Grinzane. Infatti era stato proprio lui a tenere a battesimo quello che sarebbe diventato il futuro Barolo, vinificato secondo la metodologia alla francese, e cioè secco e pronto per essere invecchiato.
Benché la marchesa fosse di idee politiche fieramente conservatici, decise di avviare tutta una serie di innovazioni enologiche per ottenere un vino ogni volta migliore, applicando tecniche di cantina innovative, volte alla riuscita di un vino sempre più moderno a quello che era già il famoso nebbiolo di Barolo e che si avvicinasse ai già celebri blasonati di Francia.
La marchesa Falletti continuò fino alla morte a seguire le vicende delle sue immense proprietà, tanto che lei e non Cavour, nell’immaginario enoico collettivo della gente di Langa viene pienamente identificata con la nascita del Barolo moderno nella sua terra d’origine.

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L’Opera Pia Barolo
L’Opera Pia Barolo è l’ente preposto alla continuazione dell’opera iniziata con i marchesi, fondata dalla stessa marchesa Giulia, per provvedere alla sopravvivenza di tutte le istituzioni da lei fondate.
Infatti nel suo testamento, steso dopo aver consultato giureconsulti e teologi, nominava unico erede, ricordiamo che non aveva figli, ed esecutore delle sue ultime volontà una Pia Amministrazione, che il 10 luglio 1864 il re Vittorio Emanuele II riconosceva come Ente Morale con decreto regio.
La sede fu stabilita a Palazzo Barolo, a Torino. L’ente è diretto da un Consiglio di Amministrazione, formato da un Presidente, in alternanza l’Arcivescovo di Torino e il Presidente della Prima Sezione della Corte d’Appello di Torino e da sei Consiglieri.
E una delle prime iniziative realizzate fu la creazione del Collegio Barolo, sito nel castello del paese stesso. Era in sostanza una struttura organizzativa rivolta a ragazzi appartenenti a famiglie indigenti ma che erano dotati di buona volontà e predisposizione agli studi, con funzione di formazione ed educazione scolastica. Fu inaugurata nel 1875 e aveva a disposizione circa cinquanta posti, che successivamente superarono il centinaio. Nello steso anno furono aperte una “Scuola elementare Superiore” ed una “Scuola Tecnica”.
Con il passare del tempo e con il mutare delle esigenze anche l’ordinamento scolastico del Collegio si adeguò e nel 1958, anno in cui fu chiuso, erano attivi la Scuola Media, il Ginnasio, e la Scuola di Avviamento con indirizzo commerciale.

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Ricerca e testi a cura di:

di Tiziana Sacco

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