MARCHESA
GIULIA FALLETTI DI BAROLO
“Ricordati
che io sono e rimarrò sempre vandeana”, aveva
detto un giorno la marchesa Giulia al Conte di Cavour.
In questa solida affermazione emergono, non solo il profondo attaccamento
alla terra dove nacque, la Vandea appunto, ma tutta la forza e
la determinazione di una donna che sempre, nonostante i grandi
fermenti di idee politiche e sociali che turbinavano a Torino
nel corso dell’800, rimarrà fedele ai suoi ideali,
a uno stile di vita rigoroso e severo, in netta opposizione alle
idee liberali e anticlericali di cui proprio il conte di Cavour,
“le petit terribile Camille”, era esponente
di spicco.
Giulia Vittorina Colbert de Maulevrier, sposa del marchese Carlo
Tancredi Falletti di Barolo, fu la fondatrice dell’Opera
Pia Barolo, che aveva come primario obiettivo quello di riunire
istituti di educazione, di assistenza e di soccorso rivolti soprattutto
alle giovani donne di umili condizioni. Subito dopo la Restaurazione,
ella iniziò la sua attività filantropica nelle carceri
femminili torinesi. La marchesa si adoperò nottetempo per
riuscire nel miglioramento delle disperate condizioni in cui erano
costrette a vivere le carcerate, mediante il sostegno della preghiera,
dell’istruzione religiosa e del lavoro, considerato uno
strumento indispensabile di riscatto morale, per riuscire a vivere
nuovamente nella società in maniera dignitosa.
Fu la preziosa amica del patriota saluzzese Silvio Pellico. A
Palazzo Falletti e nel castello di Barolo, nella quiete della
campagna, egli trovò un rifugio sicuro, per ritemprarsi
nello spirito e nel corpo, fortemente provati, dopo il periodo
di prigionia trascorso nel carcere duro dello Spielberg, e divenne
segretario e bibliotecario della famiglia Falletti fino alla morte,
avvenuta nel 1854.
Ma fu anche nello stesso tempo la madrina illustre di un grande
vino di Langa: il Barolo, che proprio nelle cantine del castello
marchionale, a Barolo, vide timidamente la luce, grazie all’aiuto
prezioso del tecnico francese Oudart, collaboratore negli stessi
anni dello stesso Cavour.
“Il
volto che a prima vista poteva sembrare scialbo, si accendeva
però di vivida luce quando lei cominciava a parlare, e
allora tutta la persona brillava per bellezza e grazia”
L’infanzia
in Francia
Giulia nasce il 26 giugno 1786 nel castello avito di Maulévrier
in Vandea, da una famiglia di antica aristocrazia.
La madre è la contessa Anne-Marie de Quengo de Crenolle,
ed è parente del re Luigi XVI, il padre è il marchese
Edouard Colbert de Maulevrier, niente meno che discendente del
celebre ministro del re Sole.
Purtroppo il destino subito la mette alla prova, privandola a
soli quattro anni della madre, che muore il 14 luglio 1789, data
fatidica per la Francia tutta, perché quel giorno, con
la presa della Bastiglia, ebbe inizio la Rivoluzione Francese,
che mutò per sempre le sorti dell’Europa intera.
Anche la famiglia di Giulia, come molte altre nobili casate francesi,
sono in grave pericolo. La Rivoluzione, ormai in atto, appare
inarrestabile e non guarda in faccia nessuno, tanto che molti
componenti della sua famiglia, proprio per l’importanza
del nome e per i legami di parentela con la famiglia reale, vengono
giustiziati pubblicamente.
A questo punto l’unica soluzione possibile per sfuggire
al massacro che la sanguinosa rivolta popolare trascinava dietro
di sè, era quella di fuggire lontano e così il padre
decise di trovare rifugio in Olanda, per procurare la salvezza
ai suoi tre figli.
Quando Napoleone, diventato imperatore, muterà le leggi
rivoluzionarie, potranno fare ritorno in patria e ritornare ai
loro antichi privilegi, frequentando la fastosa corte imperiale.
SOMMARIO ^
La
formazione
Nonostante la Francia stia attraversando un periodo di enormi
mutamenti politici e sociali, il marchese rimane indifferente
alle nuove realtà e decide di educare i figli seguendo
un metodo molto tradizionalista.
Giulia mostra fin da bambina un carattere vivace ed autoritario,
dotata di un’acuta e brillante intelligenza, riceve dal
padre un’educazione raffinata, ed un’istruzione quasi
enciclopedica, con lo studio di varie discipline, secondo i principi
rigorosi della religione cattolica e della monarchia assolutista,
che, come abbiamo visto, aveva cominciato a scricchiolare sotto
i colpi di cannone della Rivoluzione.
SOMMARIO ^
Il
matrimonio
Come era consuetudine per quei tempi, Giulia sposò un uomo
indicatole dal padre: il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo.
I due giovani si conobbero alla corte parigina di Napoleone Bonaparte,
anzi sembra che lo stesso Napoleone caldeggiasse le nozze fra
i due giovani, che furono celebrate a Parigi il 18 agosto 1806.
Quello che a prima vista poteva sembrare uno dei tanti matrimoni
di convenienza tra nobili casate, si rivelò invece un sodalizio
saldo e duraturo nel tempo, che seppe crescere in virtù
della comunione di intenti che animava i due sposi. Essi non ebbero
figli.
Stabilirono la loro dimora a Torino, ma trascorsero i primi anni
del matrimonio viaggiando spesso tra Italia e Francia, Olanda,
Belgio e Germania.
Solo dopo il 1814, alla definitiva caduta di Napoleone, decidono
di trasferirsi in maniera definitiva a Torino, abitando nel sontuoso
palazzo della famiglia Falletti, in via delle Orfane.
Naturalmente dato il loro elevato lignaggio frequentano la corte
e il loro palazzo diventa in breve tempo uno dei “salotti”
più raffinati e ricercati dell’epoca dal punto di
vista culturale e sociale. Durante le consuete riunioni settimanali
non era raro incontrare personaggi come De Maistre, De Broglie,
Lamartine, Cavour, Cesare Balbo, gli Alfieri di Sostegno, Federico
Sclopis, i Marchesi di Saluzzo, i Della Rovere, i nunzi pontifici
e tutti i nobili forestieri che si trovavano a passare per la
città.
Infine Silvio Pellico, che fu presentato ai Falletti da Cesare
Balbo, all’indomani della sua scarcerazione dal carcere
dello Spielberg, che divenne poi bibliotecario e segretario di
famiglia.
Ma ci fu anche un’altra dimora che presto conquistò
il cuore della marchesa ed era il castello avito a Barolo, dove
i Falletti già da tempo possedevano il loro immenso patrimonio
di tenute agricole e dove nacque il vino che fu poi detto Barolo
e di cui la marchesa fu la madrina illustre.
SOMMARIO ^
Carlo
Tancredi Falletti, ultimo marchese di Barolo
Carlo Tancredi, figlio del senatore Ottavio Falletti, era nato
a Torino il 26 ottobre 1782.
Uomo colto e sensibile, apparteneva ad una delle famiglie nobili
più antiche, ricche e prestigiose del Piemonte sabaudo,
che in quegli anni era sotto l’egemonia francese. Come il
padre era membro della Reale Accademia delle Scienze di Torino,
interessato quindi più agli studi che non alla carriera
militare, fu autore di novelle e di testi religiosi.
Godette della stima, prima, di Napoleone che lo nominò
“Conte dell’Impero” e ricoprì la carica
di consigliere di stato e successivamente dei Savoia e su invito
del re Carlo Felice fu sindaco di Torino negli anni 1825 e 1829.
Il suo impegno maggiore lo dedicò alla beneficenza, in
perfetta sintonia di intenzioni con la moglie.
Egli fece costruire scuole gratuite di disegno applicato alle
arti e ai mestieri, un asilo infantile all’interno di Palazzo
Barolo, che si preoccupò di abbellire con fontane, giardini
e con un’efficiente rete di illuminazione, ordinò
che fossero distribuiti ai poveri pane e legna, dispose un’ingente
donazione in denaro in favore dell’edificazione del Cimitero
Generale di Torino, fu il fondatore con Giulia della Congregazione
delle Suore di Sant’Anna. Durante la terribile epidemia
di colera che colpì Torino nel 1835 si adoperò in
maniera generosa nel curare i bisognosi, tanto che la sua salute
ne rimase seriamente compromessa.
Solamente tre anni dopo nel 1838 la morte lo colse improvvisamente
nel bresciano, e nel suo testamento nominò erede universale
la moglie, dichiarando che “avrebbe adempito esattamente
le sue intenzioni di erogare ogni sua sostanza a gloria di Dio
e a sollievo dei poveri.”
SOMMARIO ^
I
due volti di Torino capitale: ricchezza e povertà
Torino stava vivendo a quell’epoca le tipiche contraddizioni
e le problematiche di un’importante fase di transizione.
Anche qui erano giunti i fermenti della Rivoluzione francese,
era passato il periodo in cui il Piemonte era divenuto francese
per mano di Napoleone ed ora, dopo la Restaurazione, con il ritorno
sul trono del re Vittorio Emanuele I, la città sembrava
divisa in due. Due realtà diverse, non tanto ostili tra
di loro quanto piuttosto estranee.
C’erano i quartieri cosiddetti alti, dove sorgevano i palazzi
sontuosi, dove i viali erano ampi e alberati, dove i giardini,
ben curati, erano il luogo prediletto del passeggio quotidiano,
dove le vie, spaziose e pulite, ospitavano, spesso al riparo di
magnifici portici, i locali più alla moda, come i caffè,
dove si davano convegno i notabili e i nobili per una piacevole
chiacchierata e non solo, dove potevi benissimo incontrare personaggi
come Cavour, Balbo, d’Azeglio.
Accanto esistevano i quartieri cosiddetti bassi, Moschino, Vanchiglia,
Borgo Dora, dove persino la polizia si recava malvolentieri. Un
reticolo di vie strette, anguste, delimitate da dimore fatiscenti,
maleodoranti, dove la vita trascorreva a fatica e dove la criminalità
non tardava a nascere e crescere in maniera redditizia. Qui infatti
viveva ammassata la popolazione più povera e numerosa in
una condizione di degrado sociale e ambientale notevole, che però
non era estraneo a quello che si respirava nel resto delle città
d’Europa, dove la povertà non era tanto un problema
da risolvere quanto piuttosto un delitto da reprimere.
Nel 1848, Torino, in seguito alla proclamazione dello Statuto
Albertino, era diventata la capitale di un regno costituzionale.
Lo sviluppo delle prime industrie, con il conseguente sviluppo
urbanistico, aveva favorito a maggior ragione l’arrivo di
parecchi immigrati dalle campagne e da altre parti d’Italia,
con la speranza, da una parte, di trovare condizioni di vita migliori,
anche grazie a occupazioni precarie o al sostegno della carità,
dall’altra per respirare quel clima politico che si stava
diffondendo nella capitale subalpina e che animava gli animi dei
patrioti, protagonisti di quello che sarebbe stato il Risorgimento
italiano. Purtroppo una buona parte di queste persone non riesce
a scrollarsi di dosso la mentalità e le consuetudini tipiche
della vita contadina, rimane analfabeta, si alimentata in maniera
insufficiente e si trascina in una vita breve e stentata, per
mezzo di espedienti, accattonaggio, prostituzione e una quantità
di reati piccoli e grandi, di cui il principale era il furto.
SOMMARIO ^
Carità
cristiana e filantropia
Torino sta radicalmente cambiando: a poco a poco emergono tensioni
e problemi nuovi che trovano nella povertà e nell’indigenza
delle condizioni di vita un denominatore comune.
A questa situazione di grave degrado sociale e morale, cercarono
di porre in varia maniera un qualche rimedio, religiosi e laici,
sacerdoti e fedeli, mossi alcuni dalla carità cristiana,
gli altri dai principi della filantropia.
Nei decenni precedenti, Torino aveva già assistito a parecchi
tentativi per arginare il problema dilagante della povertà,
ponendo un freno alla diffusione degli indigenti che affollavano
le vie della città chiedendo l’elemosina e bussando
alle porte dei palazzi signorili, mediante la fondazione di istituti
che potessero ospitare i poveri, come lo Spedale di mendicità,
nato nel 1717 in Via Po. In realtà non era tanto un luogo
deputato al ricovero ma un luogo di detenzione, dove i poveri
venivano educati al lavoro subordinato per diventare un domani
utili e produttivi alla società.
I primi decenni dell’800 vedono impegnarsi nell’assistenza
ai derelitti della città i privati, mossi da un autentico
spirito di carità cristiana, e così singoli benefattori
e istituti religiosi scendono in campo per cercare di porre un
rimedio alle numerose situazioni di indigenza e degrado che si
presentavano quotidianamente davanti ai loro occhi.
La meravigliosa dimora dei marchesi Giulia e Tancredi Falletti
di Barolo divenne uno dei luoghi simbolo dove questa beneficenza
si realizzò a pieno, fornendo sostegno e protezione ai
poveri che si presentavano disperati alla porta.
Ma ad un certo punto ci fu un mutamento nelle intenzioni di fare
del bene soccorrendo i più deboli.
SOMMARIO ^
Le
opere a favore dei più deboli
La
riforma del sistema carcerario
Ma se anche solo passeggiando per le vie della città si
poteva assistere alle condizioni di miseria e di degrado in cui
versavano le classi più umili della società torinese,
possiamo ben immaginare quale potesse essere la situazione di
squallore e abbrutimento morale che dominava le carceri, dove
l’incuria e l’abbandono erano tristemente diffusi
e, soprattutto gli abusi di qualsiasi genere, compiuti ai danni
di quegli infelici, complice l’indifferenza dell’autorità
municipale.
Fu un caso puramente fortuito che spinse, più o meno a
partire dall’anno 1814, Giulia ad interessarsi delle detenute
nelle carceri torinesi: le Senatorie, del Correzionale, delle
Torri.
Fu una domenica mattina del 1814 che Giulia, in maniera casuale
e traumatica, prese coscienza con dolente tristezza, della pessima
situazione che regnava nella carceri femminili torinesi.
E poi non dimentichiamo che Palazzo Barolo, in via delle Orfane,
era proprio di fronte al tribunale, per cui ogni giorno la marchesa
poteva assistere di persona alla situazione desolante in cui venivano
tenute quelle miserande creature: cibo scarso e avariato, malattie
e contagi, ignoranza, condizioni igieniche terrificanti, promiscuità,
favorivano una condizione di avvilimento, che contribuiva a spegnere
ogni speranza che potesse esistere una vita migliore una volta
fuori dal carcere.
Da quel momento in poi Giulia, accanto ad una brillante vita di
società, con il prezioso aiuto del marito, diede inizio
alla sua opera caritativa, avveniristica e rivoluzionaria per
i tempi, per tentare un possibile recupero non solo delle carcerate,
ma dell’intero organismo carcerario.
Con abilità seppe sfruttare il prestigio e l’influenza
di cui godeva la famiglia Falletti in certi ambienti della corte,
assai utili per farsi aprire le carceri femminili, sfidando coraggiosamente
i pregiudizi dell’epoca, e diventare per le detenute un
punto prezioso di riferimento, attento e di cui ci si poteva fidare.
Furono due i presupposti fondamentali che animarono l’operato
di Giulia: migliorare le condizioni di vita in cui versavano le
carcerate, mediante un trattamento più umano, tenendo conto
del rispetto dell’igiene, e migliorare le condizioni morali
con il sostegno dell’istruzione religiosa, che lei stessa
impartiva, con la collaborazione in seguito di altre dame, con
l’introduzione all’interno delle carceri dei cappellani
e con il lavoro, che considerava un mezzo indispensabile per un
autentico recupero e per un eventuale ritorno nella società
civile. In sostanza il carcere poteva essere considerato non solo
da un punto di vista puramente punitivo, ma poteva diventare il
luogo dove iniziare il processo di riabilitazione e il recupero
della vita civile di chi si era macchiato di reati contro la giustizia.
Si impegnò assiduamente per porre un freno ai tempi lunghi
in cui tergiversavano i processi, per offrire alle recluse un
abbigliamento pulito e decente, per porre fine allo spaccio di
bevande alcoliche enormemente diffuso all’interno delle
carceri, di cui erano complici compiacenti gli stessi secondini.
Ma ciò non era ancora sufficiente. Giulia voleva fare di
più e così arrivò a coinvolgere il Segretario
di Stato con la proposta di una vera e propria riforma che investisse
le carceri.
Profondamente convinta della sua intuizione, volta non solo al
miglioramento della situazione dentro le carceri femminili, ma
anche al recupero morale delle prigioniere, Giulia pose mano allo
studio della struttura carceraria diffusa nel regno piemontese
e in altri stati europei, arrivando a instaurare contatti con
tutti coloro che in Europa stavano maturando esperienze di assistenza
dello stesso genere. La marchesa era anche perfettamente consapevole
che un’opera di tal levatura poteva essere portata avanti
in modo veramente efficace solo con l’appoggio e la collaborazione
dell’autorità civile e così presentò
il suo progetto all’amministrazione carceraria che lo accolse
in maniera favorevole.
Un dispaccio ministeriale del 30 ottobre 1821 mise a disposizione
della marchesa il carcere femminile delle Forzate, di cui divenne
la Sovrintendente, affinché ella stessa potesse programmarne
l’attività come meglio riteneva opportuno. Giulia
si affrettò a trasferirvi le detenute delle altre carceri
e riuscì ad organizzarlo come un istituto di pena modello,
con il prezioso aiuto delle suore di San Giuseppe, che provenivano
da Chambery e che entrarono a far parte dell’organico dell’istituto.
Essa predispose il regolamento interno e volle che fosse discusso
con le detenute stesse, che approvarono con un consenso unanime.
SOMMARIO ^
Le
istituzioni fondate da Giulia
Ma ciò non bastava ancora, bisognava fare in modo che una
volta uscite dal carcere, quelle poverine avessero una qualche
istituzione su cui poter contare per tornare a vivere in maniera
onesta, trovare un lavoro pulito e magari anche aspirare al matrimonio
e ad una vita dignitosa nella società. Fu per questo motivo
che la Barolo creò altri complessi, avendo a conoscenza
fondazioni nate e cresciute a Parigi nel ‘700 e che erano
state ricostituite per opera dell’abate Legris Duval, che
ella aveva conosciuto.
Spirito profondamente religioso e timoroso di ogni rivolgimento
sociale, nonostante l’avesse dolorosamente colpita la prematura
morte del marito Tancredi, avvenuta nel 1838, Giulia frequentò
sempre più di rado gli eleganti salotti della capitale
e si dedicò anima e corpo alle sue opere di assistenza.
Senza figli e con un immenso patrimonio famigliare, Giulia fu
la coraggiosa artefice di istituzioni rivolte soprattutto alle
donne e all’infanzia.
Sempre nel 1821 aprì una scuola per fanciulle povere a
Borgo Dora, un quartiere operaio di recente insediamento.
Nel 1823 l’istituto del Rifugio, aperto con l’aiuto
del marito e del governo piemontese nel quartiere Valdocco, era
dedicato, come riferisce il Pellico a “misere zitelle che,
dopo essere state sedotte, si pentivano del loro fallo e, bramose
di ritornare a vita cristiana, avevano d’uopo di una mano
pietosa che le rialzasse e le sostenesse”, alle donne appena
uscite dal carcere e a quelle “traviate e penitenti”,
che volessero entrare per volontà loro, in un tentativo
sincero di rendere la loro vita migliore. Qui rimanevano per un
periodo che andava dai due ai tre anni, lavorando e pregando,
quando uscivano potevano sposarsi, se erano fortunate, entrare
a servizio presso qualche famiglia o lavorare.
Successivamente fu fondato il Rifugino per aiutare le ragazze,
che loro malgrado venivano a trovarsi in difficoltà e potevano
così contare su un sostegno sicuro e fidato.
Nel 1825 una decisione coraggiosa spinse la marchesa, a destinare
una parte del piano terreno del loro palazzo a “sala d’asilo”
per i bambini delle famiglie poco abbienti, che non sapevano a
chi affidare i loro figli durante le ore di lavoro nelle fabbriche.
Fu il primo di questo tipo nato in Italia.
Successivamente nel 1833, dietro espressa richiesta di alcune
ospiti, la marchesa fece costruire adiacente al Rifugio, il Monastero
delle “Sorelle penitenti di Santa Maria Maddalena”,
le Maddalene, che diventarono poi con il passare degli anni “Figlie
di Gesù Buon Pastore”, congregazione missionaria,
che tuttora è attiva. L’organizzazione poteva accogliere
le donne, che una volta convertite, desideravano dedicare la propria
vita a servire Dio, diventando monache di clausura, per cercare
di espiare le colpe del passato nel modo che ritenevano il migliore
possibile. Nello stesso tempo diede vita a due organizzazioni
che dovevano rispettivamente occuparsi della correzione e dell’educazione
delle giovani fanciulle “al di sotto dei dodici anni, già
cadute nel vizio per colpa di gente perversa e talora dei propri
parenti” e le bambine orfane, chiamate le Maddalenine e
le Giuliette.
Nel 1845 aprì l’Ospedaletto di Santa Filomena, che
accoglieva bambine disabili, rifiutate da altri istituti.
Nel 1847 creò nelle stanze a pianterreno di Palazzo Barolo
tre ”Famiglie operaie”, gruppi di ragazze dai 14 ai
18 anni, che venivano ospitate per un periodo di sei anni perché
imparassero un mestiere presso artigiani di fiducia ed onesti.
Nel 1857 diede vita al laboratorio di San Giuseppe, scuola di
tessitura e di ricamo per ragazze di umili origini e prive di
mezzi.
Per ultimo fece costruire la chiesa parrocchiale di Santa Giulia,
dove furono poi traslate le sue spoglie e quelle del marito.
Anche fuori Torino prestò la sua opera con la fondazione
di un asilo a Castelfidardo, su richiesta del municipio stesso,
e una casa per ragazze a rischio a Lugo, su invito del vescovo
di Imola.
Tutte
queste furono opere per le quali la marchesa impegnò gran
parte delle ricchezze di famiglia, poiché sentiva di avere
una sorta di debito nei confronti dei poveri e dei miserabili,
lei, che era nata e cresciuta nell’agiatezza e nel benessere.
Infatti così scriveva in una lettera poco dopo la morte
del marito:
“In nome di colui (il marito) che è finito come un
pezzente, io devo dedicarmi a tutti i miserabili. Io devo scontare
i secolari privilegi degli avi, devo saldare i debiti che essi
hanno contratto coi paria e con gli sfruttati, devo pareggiare
l’implacabile conto, che ciascuno ha con la propria coscienza.
Una voce cara e indulgente m’incita! Io non avrò
più altra dolcezza che obbedire a quel comandamento.”
Per tutta la vita seguì personalmente le sue istituzioni
coadiuvata dalle sue suore, a favore della dignità delle
donne, di tutte le donne, anche delle più misere.
Documenti dell’epoca testimoniano che Giulia spese in opere
di beneficenza più di 12 milioni di lire, quasi il bilancio
di uno stato di quei tempi.
E per essere sicura che la sua opera di carità e di assistenza
potesse continuare nel tempo, anche dopo la sua morte, fondò
l’Opera Pia Barolo, tuttora esistente, la cui presidenza
si alterna tra l’arcivescovo e il presidente della Corte
d’Appello di Torino.
La morte la colse, dopo lunga e sofferta malattia, il 19 gennaio
1864, nel suo palazzo di Torino.
Il 21 gennaio 1991 nella chiesa di San Lorenzo in Torino, l’arcivescovo
Saldarini dava inizio alla sua causa di beatificazione.
SOMMARIO ^
L’amicizia
con Silvio Pellico
Nel 1830 Silvio Pellico, da otto anni detenuto nel carcere duro
dello Spielberg in Moravia, per i suoi trascorsi politici di carbonaro,
ottiene la grazia dal governo austriaco e può finalmente
tornare in Italia. Decide di stabilirsi a Torino e di condurre
una vita appartata concentrata sugli studi, lontano dal clima
politico e sociale in continuo fermento che si respirava allora
in città e che avrebbe condotto alla Prima Guerra d’Indipendenza.
Fu Cesare Balbo a presentare il Pellico ai marchesi, ed in breve
tempo egli divenne per la marchesa Giulia un amico intimo e un
consigliere fidato, che come nessun’altro poteva condividere
con lei i crucci dell’attuale condizione in cui versavano
le carceri femminili.
La marchesa, per farlo restare a Torino, gli propose una pensione
annua, e lui di buon grado accettò.
Da allora fino alla morte sarà il segretario personale
dei marchesi Falletti, nonché bibliotecario di fiducia,
dedicandosi con passione alla gestione dell’enorme patrimonio
librario conservato presso Palazzo Barolo a Torino e nel castello
di famiglia a Barolo.
SOMMARIO ^
Giulia
la marchesa del…….Barolo
Ma c’è un altro aspetto, che può apparire
singolare per una figura così ascetica e quasi in odore
di santità, che è quello che la lega strettamente
al mondo del vino.
Già si è parlato delle enormi tenute fondiarie che
i Falletti possedevano nelle terre tra Barolo, Serralunga e Castiglione
Falletto e che erano per buona parte coltivate a vigneto.
D’altra parte la vigna era parte integrante del paesaggio
collinare da secoli ed era diventata una delle maggiori fonti
dell’economia rurale di quelle terre e di sostentamento
delle famiglie che vi abitavano.
Si narra che un giorno Carlo Alberto rimproverasse in maniera
scherzosa la marchesa “imperocché mai gli aveva fatto
gustare quel suo famoso vino del quale tanto aveva sentito parlare”.
Pochi giorni dopo una lunga fila di carri trainati dai buoi solcava
le vie di Torino, destando senza dubbio stupore e meraviglia nei
passanti, diretta a Palazzo Reale. Ogni carro trasportava una
carrà di vino, sorta di botticella tipica della zona del
Barolo, della capacità di circa dieci brente e conteneva
del Barolo, per ciascuna delle tenute dei marchesi. 325, una per
ogni giorno dell’anno, a parte i 40 giorni di quaresima,
poiché secondo l’indole molto pia della marchesa
durante quel periodo bisognava astenersi dal bere vino.
Fu tanto l’entusiasmo del re che desiderò anch’egli
possedere vigneti in terre così generose.
E infatti la frequentazione della corte dei marchesi Falletti
e la loro amicizia con le famiglie più nobili fu di enorme
giovamento anche al vino che veniva prodotto sulle loro terre
di Barolo. I Falletti lo regalavano ai Savoia, lo offrivano ai
loro invitati, ne rifornivano gli amici.
Fu la stessa marchesa Giulia, già vedova, a chiedere l’aiuto
al “petit terribile Camille”, per poter approfittare
della preziosa consulenza dell’enologo francese Oudart,
che dal 1843 collaborava con il conte Camillo nella produzione
del vino Barolo nelle cantine del castello di Grinzane. Infatti
era stato proprio lui a tenere a battesimo quello che sarebbe
diventato il futuro Barolo, vinificato secondo la metodologia
alla francese, e cioè secco e pronto per essere invecchiato.
Benché la marchesa fosse di idee politiche fieramente conservatici,
decise di avviare tutta una serie di innovazioni enologiche per
ottenere un vino ogni volta migliore, applicando tecniche di cantina
innovative, volte alla riuscita di un vino sempre più moderno
a quello che era già il famoso nebbiolo di Barolo e che
si avvicinasse ai già celebri blasonati di Francia.
La marchesa Falletti continuò fino alla morte a seguire
le vicende delle sue immense proprietà, tanto che lei e
non Cavour, nell’immaginario enoico collettivo della gente
di Langa viene pienamente identificata con la nascita del Barolo
moderno nella sua terra d’origine.
SOMMARIO ^
L’Opera
Pia Barolo
L’Opera Pia Barolo è l’ente preposto alla continuazione
dell’opera iniziata con i marchesi, fondata dalla stessa
marchesa Giulia, per provvedere alla sopravvivenza di tutte le
istituzioni da lei fondate.
Infatti nel suo testamento, steso dopo aver consultato giureconsulti
e teologi, nominava unico erede, ricordiamo che non aveva figli,
ed esecutore delle sue ultime volontà una Pia Amministrazione,
che il 10 luglio 1864 il re Vittorio Emanuele II riconosceva come
Ente Morale con decreto regio.
La sede fu stabilita a Palazzo Barolo, a Torino. L’ente
è diretto da un Consiglio di Amministrazione, formato da
un Presidente, in alternanza l’Arcivescovo di Torino e il
Presidente della Prima Sezione della Corte d’Appello di
Torino e da sei Consiglieri.
E una delle prime iniziative realizzate fu la creazione del Collegio
Barolo, sito nel castello del paese stesso. Era in sostanza una
struttura organizzativa rivolta a ragazzi appartenenti a famiglie
indigenti ma che erano dotati di buona volontà e predisposizione
agli studi, con funzione di formazione ed educazione scolastica.
Fu inaugurata nel 1875 e aveva a disposizione circa cinquanta
posti, che successivamente superarono il centinaio. Nello steso
anno furono aperte una “Scuola elementare Superiore”
ed una “Scuola Tecnica”.
Con il passare del tempo e con il mutare delle esigenze anche
l’ordinamento scolastico del Collegio si adeguò e
nel 1958, anno in cui fu chiuso, erano attivi la Scuola Media,
il Ginnasio, e la Scuola di Avviamento con indirizzo commerciale.
SOMMARIO ^
Ricerca
e testi a cura di:
di Tiziana Sacco