venerd́ 16 maggio 2008

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DIODATA SALUZZO ROERO DI REVELLO

SOMMARIO
Il periodo storico
La vita: in breve “semplicissima”
Le opinioni dei “grandi”
Glaucilla Eurotea entra in Arcadia
L'Opera
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Il periodo storico: tra ‘700 e ‘800: lumi e sentimenti a confronto
Diodata Saluzzo Roero di Revello si trova a vivere in un intenso periodo di transizione culturale, a cavallo fra due secoli, il ‘700 e l’800, caratterizzati da grandi avvenimenti e da grandi eventi di pensiero, per molti aspetti in netta antitesi tra di loro, che condizionarono non poco la produzione letteraria e la stessa cultura.
Il ‘700, il grande secolo dei Lumi, l’Illuminismo, ossequioso in maniera assoluta della Ragione umana, intesa come pietra di saggio delle dottrine e delle idee e sui cui si faceva sicuro affidamento per esprimere giudizi su qualsivoglia questione era argomento di discussione. La prima metà culturale di questo secolo in Italia è dominata dall’Arcadia. Accademia letteraria a tutti gli effetti, era nata a Roma nei salotti della regina Cristina di Svezia, che dopo aver rinunciato al trono si era stabilita nella capitale dell’allora regno pontificio, ed era diventata protettrice di letterati e di artisti. E infatti fu proprio questo gruppo di letterati che, decisi a non smettere le loro riunioni anche dopo la morte della sovrana, costituirono una vera e propria accademia, avente uno scopo ben preciso e cioè quello di un ritorno ad una poesia pura, ad una poesia che risorgesse dalle ceneri del cattivo gusto in cui era sprofondata nel corso del secolo precedente, riconducendola a sincerità di sentimenti e ad uno stile semplice e chiaro.
Il secolo vide la sua apoteosi con la Rivoluzione francese, che segnò la sconfitta dei regimi assolutistici illuminati e ripose la sua fiducia in Napoleone, che traghettò verso il nuovo secolo, l’’800, un’Europa delusa, che vedeva nella Restaurazione il fallimento di un’epoca in cui aveva lottato e sperato, il fallimento degli ideali prospettati dalla Ragione, che alla fine si era rivelata incapace di dare agli uomini la pace e la felicità.
Ecco allora aprirsi il nuovo secolo, all’insegna di un ritorno alla fede religiosa, di un abbandonarsi ai sentimenti, alle illusioni, che il razionalismo del secolo precedente aveva per anni impedito. Un vivo sentimento della natura, intesa come forza grandiosa e possente che partecipa dei sentimenti e delle passioni dell’anima, la ribellione contro la società e i regimi assolutistici, che si concretizza nell’impegno politico e nell’amore verso la patria, una nuova concezione dell’uomo, libero di vivere la propria vita seguendo gli impulsi dettati dal cuore e un nuovo concetto del genio e dell’arte, sono tutti atteggiamenti che in varia misura caratterizzarono le personalità che si ritrovarono a vivere quei momenti storici, tutti riconducibili ad uno stato d’animo comune che va sotto il nome di “romanticismo”.
Senza dimenticare la fondamentale parentesi di gusto e di stile sviluppatasi nelle arti e nelle lettere, che storicamente si insinua tra la Rivoluzione francese e l’Impero napoleonico che conosciamo come Neoclassicismo. Il Neoclassicismo, ossia il nuovo Classicismo, ha come scopo principale quello di ricondurre l’arte, in ogni sua espressione, agli ideali e alle forme della cultura greco-latina.
Fu quindi in quest’epoca così complessa di rivolgimenti politici e sociali, di rivoluzioni culturali che Diodata si trovò a dover vivere o meglio a dover convivere e le sue non sempre furono scelte facili. Diodata vive intensamente la sua età e ne assorbe le molteplici esperienze letterarie, riflettendole successivamente nelle sue opere.


La vita: in breve “semplicissima”
“La semplicissima mia vita – scrive lei stessa il 22 novembre 1829 – non offerisce gran campo allo scrittore”.
Intendeva così, forse con atteggiamento umile e schivo, di sottrarsi a quella tendenza, prettamente romantica, che concepiva la vita di un artista come qualcosa di eccezionale, quasi illuminata dal genio che dominava la sua ispirazione. Andando oltre a leggere ciò che lei stessa scriveva su di sé, si ha l’impressione che la Saluzzo fosse profondamente convinta di aver in maniera saggia saputo trarre profitto dall’educazione di stampo nobiliare ed aristocratico che aveva ricevuto a Torino proprio a cavallo dei due secoli di cui sopra si è detto.
Andando avanti parla dei suoi genitori e soprattutto del padre, Angelo Saluzzo di Monesiglio, personaggio di spicco della cultura torinese del tempo, tanto da essere tra i fondatori e poi presidente dell’Accademia delle Scienze di Torino. Vengono poi i fratelli, di cui due, Cesare e Alessandro, seguono l’esempio del padre, mentre il terzo, Federico, era caduto in combattimento a Verona nel 1799, tra le file dell’esercito napoleonico.
Ricorda anche “la gran parte che ebbe nel dirigere i suoi studi l’abbate Tommaso Valperga di Caluso”, ed infine, “tra i letterati amici con i quali ha carteggiato sempre” annovera “oltre Madama di Stael, il Monti, il Bettinelli, Parini, Manzoni” ed altri ancora “non escluse le donne”.
Finora tutto vero.
Diodata era nata a Torino nel 1775, in una famiglia piemontese di nobili origini. L’educazione che ricevette all’interno di codesta famiglia fu fondamentale al cammino che intraprese successivamente del comporre in versi e prosa. Il padre, Giuseppe Angelo Saluzzo, scienziato, fu tra i fondatori di una società di fisica e di matematica, che divenne, nel 1783, la Reale Accademia delle Scienze di Torino. Fu proprio il padre il primo ad avere fiducia nel talento della figlia, nelle sue doti felici di improvvisazione, e ad incoraggiarla nelle sue produzioni letterarie, tanto da esortarla a pubblicare le sue composizioni in versi. Fin da bambina infatti, Diodata aveva espresso la capacità e la preferenza per esprimersi in versi, la cui prima parte vide la luce nel 1796.
Nel 1789, quando aveva solo quindici anni, aiutò il padre nell’organizzazione di un’accademia scientifico letteraria rivolta ai bambini a casa loro. Amava, con i suoi fratelli e con altri amici, discutere appassionatamente di svariati argomenti che la sua cultura sconfinata le aveva permesso di conoscere ed approfondire.


Le opinioni dei “grandi”
Oltre al padre, fra coloro che la spronarono a coltivare le lettere e la poesia si aggiunga Carlo Denina, che la conobbe bambina precoce, e Prospero Balbo, padre di Cesare, a cui va il merito di aver curato la pubblicazione della sua prima raccolta di Versi nel 1796. Un altro grande piemontese, l’Alfieri, arrivò ad augurarsi che “provincia si fertile d’ingegni e si colta”, grazie alla poesia della Saluzzo, potesse “finalmente essere tolta alla Francia e restituita luminosamente all’Italia letteraria”
Altri illustri artisti che ebbero a formulare un ampio consenso nei confronti della scrittrice piemontese furono il saviglianese Santorre di Santarosa, patriota e letterato, e il milanese Parini, che la considerò un’iniziatrice di poesia nuova. Da sottolineare lo sforzo da parte di uno dei teorici del Romanticismo italiano, quel Ludovico di Breme, liberale, che volle considerare l’ode Le rovine, composizione di netta impronta preromantica, “Un perfetto esempio di lirica romantica”, e lo scrisse pure in uno dei suoi celebri articoli che segano la nascita e la diffusione del romanticismo in Italia. Il giudizio non era però del tutto corretto, perché la forma, l’impianto e la lingua erano ancora classicistici. Fu proprio questa formazione, di matrice classicistica, che impedì alla Saluzzo una piena adesione ai canoni del romanticismo. Le soluzioni espressive e stilistiche delle sue opere restano spesso impacciate a metà strada tra classicismo, secondo i modi della tradizione lirica tardoarcadica e neoclassica, e romanticismo, quando cominciano ad intravedersi le prime tensioni, ispirate anche dagli avvenimenti politici e sociali del tempo, che piacquero ai romantici, alcuni dei quali la ritennero la loro precorritrice. Le prime avvisaglie tipiche del romanticismo sono anche da ricercarsi nel gusto per i sentimenti, nel connubio tipico amore – morte, nella tendenza a descrivere paesaggi notturni e tenebrosi, in questo riconducibile al famoso Ossian, leggendario poeta e principe scozzese le cui poesie sarebbero state ritrovate e tradotte da Macpharson. Ebbero a quell’epoca parecchia fortuna, e in Italia furono tradotte da Cesarotti, ispirando tutta una sensibilità preromantica.
C’è un episodio, peraltro significativo, dove lo stesso Di Breme invitava la scrittrice a pubblicare la novella Gaspara Stampa sul Conciliatore. Diodata tentenna, è rosa dal dubbio, ma poi alla fine rinuncia, dimostrando l’incertezza di schierarsi apertamente dalla parte dei romantici. La Saluzzo finirà poi per staccarsi progressivamente dalle correnti più vive della cultura del suo tempo e si troverà di colpo isolata, colpita da giudizi negativi sia da parte dei classicisti sulla Biblioteca Italiana ma anche dal Tommaseo sull’Antologia.
La Saluzzo, nonostante tutto, riuscì ad ottenere anche fuori dei confini piemontesi chi la incoraggiò e la riconobbe una grande poetessa.
Oggi qualche riserva su questi giudizi ci sentiamo di muoverla. Foscolo arriva a definirla la Saffo italiana, l’inglese Byron la crede “superiore a tutti i poeti italiani viventi”, e non era uno sprovveduto in quanto a poesia classica italiana, infine il francese Lamartine, forse il più equilibrato, che vede nei suoi componimenti qualcosa di “nuovo” ma che gli “rammenta lo antico, senza per questo imitarlo” .


Glaucilla Eurotea entra in Arcadia
Nel 1795 fu accolta fra i membri dell’Arcadia e prese il nome altisonante di Glaucilla Eurotea, come era consuetudine nell’accademia, e dopo l’uscita della prima edizione dei suoi Versi, nel 1796, entrò a far parte di altre accademie italiane, tra cui quella di Fossano e nella Dora con il nome di Dafne, e nel 1802 fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia delle Scienze di Torino.
Nel 1799, a ventiquattro anni, sposa Massimiliano Roero di Revello, un nobile di quasi sessant’anni, ma dopo solo tre anni rimane vedova e senza figli. Per tentare di riempire il vuoto causatole dalla mancanza di una famiglia sua, viaggiò molto, in Italia e in Europa, coltivando parecchie amicizie.
Nel 1837 una paralisi bloccò senza rimedio la parte sinistra del suo corpo e la condusse nel giro di tre anni alla morte.


L’OPERA
I Versi
Diodata pubblica la prima raccolta dei Versi nel 1796, con cui ebbe da subito un gran successo, in seguito essi vedranno ancora la luce più tardi, l’ultima edizione in quattro volumi è del 1816, stampata sempre a Torino. Sono un tipico esempio della molteplicità di forme e di temi tra cui si dibatteva la poesia italiana fra ‘700 e ‘800, fra Arcadia e incipiente Romanticismo.
Un’eccezione: la lirica LE ROVINE
Le rovine è una lirica preromantica, dove si intravede il suo gusto per le rovine, per le tracce della grandezza del passato ormai distrutte e che permettono però di fantasticare, di risalire al passato con la passione per la storia. E’ un elemento tipico della poesia romantica. Una visita al vetusto castello di Saluzzo è il pretesto per avviare la ricostruzione della vita trascorsa, soprattutto nel Medioevo. Attraverso le tracce delle età antiche, Diodata ricostruisce un passato di tipo fantastico e attribuisce alle rovine un fascino del tutto particolare per il loro passato misterioso. Il tema delle rovine è fra i più diffusi nella letteratura tra ‘700 e ‘800, perché vennero viste come la testimonianza nel presente della grandezza del passato e quindi motivo di esortazione a riportare in Italia la grandezza di un tempo.
Le tragedie: Erminia e Tullia
Diodata si cimentò anche in un genere come il teatro, scrivendo commedie e tragedie di soggetto storico, ne ricordiamo due l’Erminia, la cui trama fu ispirata da un episodio della Gerusalemme liberata del Tasso, e la Tullia, che porta sulla scena una tragedia famigliare accaduta nell’antica Roma. Non suscitarono particolare entusiasmo: anzi l’Erminia portata sulla scena a Napoli nel 1817 trovò ad accoglierla un insuccesso che forse non meritava e oggi, sono forse con le novelle le uniche opere che meriterebbero una più scrupolosa attenzione. Sebbene l’autrice non sia in grado di staccarsi in maniera palese dal modello imposto dall’Alfieri, ella non voleva limitare il conflitto tragico all’antitesi tirannide – libertà, dava alla protagonista libertà e responsabilità di azione, naturalmente tenendo conto delle convenienze che i ruoli drammatici imponevano.
La Tullia narra una vicenda peraltro complessa, in cui alla coppia tirannide – libertà si associa quella altrettanto topica di amore morte. La protagonista arriva ad uccidere la sorella perché innamoratasi del marito e costui fa altrettanto: in un secondo momento, favorendo l’ascesa politica, elimina il padre, che deteneva il potere. Fin dalle prime scene Diodata si serve di immagini della narrativa nera per illustrare come una passione così grande possa creare effetti devastanti sull’animo di una giovane tanto da portarla al compimento di azioni così crudeli.
Il poema: Ipazia ovvero della filosofia
Esce sempre a Torino nel 1827. La protagonista è la filosofa neo-platonica Ipazia, vissuta ad Alessandria d’Egitto fra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C. Fu il padre stesso ad indirizzarla verso lo studio delle scienze, in un’epoca in cui alle donne non era quasi permesso di avvicinarsi agli studi e quindi di distinguersi nella scienza che rimaneva esclusivo appannaggio degli uomini. Ipazia rimane dunque un’eccezione, ed un’eccezione notevole se si considera che oltre ad essere una grande studiosa di matematica e delle scienze ad essa collegate, fu anche un’insegnante e quindi un’insegnante anche di uomini. Ella fu dunque matematica, astronoma e filosofa, purtroppo non ci sono giunti i suoi scritti sul moto degli astri, di cui sembra ella giunse a nuove scoperte interessanti. Purtroppo questa sua sconfinata e straordinaria cultura che, se per un verso la faceva oggetto di rispetto e di timore quasi reverenziale da parte di alcuni gruppi, dall’altra suscitò un’invidia tale tra altri che si professavano già cristiani, che arrivarono all’assassinio, in maniera peraltro atroce. E fin qui la vicenda terrena.
Da un punto di vista puramente formale e stilistico il poema può dichiararsi un fallimento, se lo stesso Lamartine dice che, leggendolo, gli era capitato più volte di tornare sullo stesso passaggio per non averlo compreso. Tuttavia va riconosciuto il merito di avere cercato di reperire quei legami. non del tutto occasionali tra poesia e filosofia, che rimangono la maggior ambizione e il maggior risultato della lirica contemporanea, se pensiamo che ancora ai nostri giorni la figura di Ipazia ha affascinato un poeta come Mario Luzi. Non si può precisare con sicurezza quanto nel fallimento del poema abbia influito il fatto che Diodata abbia dato ascolto ai suoi maestri e consiglieri, porgendo orecchio ai suggerimenti di una cultura erudita di chiara impronta maschile. Diodata ha forse cercato nel personaggio di Ipazia una qualche identificazione con il suo ruolo di scrittrice, di donna, in un mondo dove ancora erano gli uomini a giocare i ruoli primari, non potendo assumere interamente le vesti di una moderna Saffo, e neanche di ricoprire l’importante vicenda ideologica di cui si era resa protagonista Madame de Stael, non solo nell’Europa anti-napoleonica, ma anche in Italia, ponendo le basi dell’affermazione di quel nuovo gruppo di intellettuali e di scrittori divisi tra la Lombardia e il regno sabaudo, raccolti attorno al Conciliatore che si chiamarono romantici. Con la scelta di un modello femminile, tanto solenne e tanto lontano nel tempo, la Saluzzo non è riuscita nella sua rivendicazione di una cultura non del tutto maschile ma ha dimostrato di aver capito il problema, inoltre le vicende stessa della sua vita privata, il matrimonio, lei giovanissima con un nobile parecchio più anziano, di cui rimase vedova e senza figli, la condannarono a rimanere per così dire chiusa all’interno del cerchio magico della letteratura e delle illusione che essa faceva sorgere e alimentava. In quest’ottica è da sottolineare l’altro tentativo della Saluzzo di tentare un altro genere letterario che in quel momento stava diventando appannaggio femminile, come ancora ci testimonia Madame de Stael, con i suoi romanzi Corinna e Delfina, la narrativa, nella forma della novella.
Le Novelle
Diodata sceglie come genere narrativo la novella, nel tentativo di recuperare un genere che apparteneva al passato. Questa scelta le permette di realizzare una situazione di compromesso tra le due epoche in cui si trova a vivere, unendo elementi propri del romanticismo e del preromanticismo. Uno tra i tanti è la scelta dei soggetti, legati alla storia e in particolare alla storia medioevale piemontese. Ogni novella presenta l’anno preciso in cui è ambientata e un avvenimento storico in particolare. La sua è una storia di tipo erudito, quasi scientifico, con una scrupolosa attenzione alle fonti, riportate con precisione all’inizio di ogni racconto, e ai documenti. Ella si limita alla ricostruzione attenta di antiche età e antichi costumi, e in questa scelta è facile riconoscere quel gusto per la documentazione, per il particolare storico che appartiene al secolo dei Lumi, vedi Tiraboschi e Muratori. Ricorre a fonti di diversa origine, e su questo tipo di documentazione storica l’autrice attua delle variazioni per puro scopo letterario. I suoi personaggi sono realmente esistiti e in quest’ottica la scrittrice rimane in un certo senso insensibile alla poetica manzoniana relativa al romanzo e tuttalpiù si avvicina alle tragedie. Le vicende del passato rivivono nelle sue novelle, episodi sentimentali e romantici che vedono spesso come protagoniste le donne, con le loro speranze, le loro passioni, i loro affetti, spesso repressi e mancati.
Frequentemente le novelle sono intervallate da strofe o da vere e proprie poesie che interrompono la narrazione. I modelli di queste poesie sono da ricercarsi in Arcadia ma risentono dei moduli della nuova poesia romantica, soprattutto di quella di un certo poeta il Berchet. Ci sono anche spesso riferimenti alla poesia manzoniana, a testimonianza di come la scrittrice sia influenzata da correnti diverse di stile e di pensiero. L’inserimento di versi nella scrittura di un romanzo non era del tutto sconosciuto ai romantici. Per fare un esempio nel Mario Visconti di Tommaso Grossi troviamo delle poesie che in maniera episodica interrompono la narrazione. Questo continuo inserimento di poesie nelle novelle può in un certo senso confermare della grande sensibilità poetica della Saluzzo, la profusione alle atmosfere liriche, alla scrittura di carattere descrittivo più che non la capacità di condurre un discorso più propriamente narrativo incentrato sull’azione. I versi che troviamo tra le novelle sono molto scorrevoli, di facile e pronta comprensione e di fatto si contrappongono alla prosa, di struttura ancora complessa che non sempre consente un’immediata comprensione. Uno dei motivi di questa difficoltà di scrittura e del discrimine che esisteva tra poesia e prosa può essere dato dal fatto che mentre la prima, aveva alle spalle una solida tradizione, la prosa, si trovava a dover fare i conti con l’incapacità di adattarsi ad uno stile che fosse più popolare, di più immediata comprensione. Sarà ancora una volta il Manzoni, il protagonista della revisione della lingua italiana in chiave più popolare, che fosse più agile a adatta ai tempi, affrontata nel suo capolavoro I promessi sposi. La Saluzzo fa ampio uso di un linguaggio ancora bellico ed eroico che si può senza dubbio ricondurre ad una tradizione che aveva avuto la sua incarnazione nell’epos, che aveva avuto nel Tasso il suo ultimo esponente.
Un amico della scrittrice disse che le sue descrizioni erano molto minuziose di particolari e che diminuivano l’interesse di chi leggeva. L’osservazione è esatta poiché in queste novelle manca la narrazione effettiva, se continuiamo a fare riferimento ai Promessi sposi. Nel romanzo Manzoni attua un tipo di descrizione tipicamente realistico, “esempio di un talento dell’osservazione” come ebbe a dire lo stesso De Sanctis, che ancora prosegue definendo lo scrittore milanese un naturalista, che non offre descrizioni immobili ma che accompagnano il movimento della natura stessa, quindi un tipo di rappresentazione fatta dal vero, una descrizione della realtà di natura dinamica. Al contrario le descrizioni di Diodata sono ancorate ancora alla tradizione, sono retoriche, avulse dal contenuto reale. Le sue sono descrizioni che appartengono a schemi letterari convenzionali. Ad esempio le descrizioni dei paesaggi sono convenzionali e riprendono i modelli della natura tipici del ‘700, di tipo idilliaco ed arcadico, preromantico e notturno, quindi non la natura reale vista nella sua molteplicità di aspetti. Nello stesso tempo però la natura si fa interprete degli stati d’animo dei personaggi e allora in queste occasioni affiora un elemento che sarà tipico dei romantici che vedranno la natura come un’entità superiore e viva in grado si provare sentimenti e passioni.
In altri luoghi compare il sublime dell’orrore, quei paesaggi caratteristici del romanzo nero o gotico, accompagnati da luoghi lugubri inquietanti come sepolcri, vecchie chiese abbandonate, luoghi solitari dove la civiltà sembra essere lontana. Gli stati d’animo sono tormentosi, e la condizione più frequente che caratterizza i personaggi è l’infelicità. In altri momenti paesaggi idilliaci, tipici di un’arcadia ritrovata accompagnano la serenità d’animo del personaggio.
Comunque tutta la narrativa della Saluzzo presenta descrizioni di tipo retorico ed esornativo che sono scarsamente funzionali all’intreccio, e questo fa pensare ad una scarsa attitudine della scrittrice a manovrare con padronanza strutture romanzesche complesse, tanto che trova meno difficoltà con la narrazione in versi che non in prosa.
Un’altra caratteristica di queste novelle è il ricorrere del personaggio della donna – guerriero, che compie missioni eroiche per il proprio sovrano, che talvolta combatte sostituendosi al marito. Questo indusse la Biblioteca Italiana a definirla “Pantesilea dei romantici”, definizione che tra l’altro si ricava da una novella Isabella Losa, dove il rapporto significativo che si instaura tra la donna- guerriero e la poetessa rivela una concezione della poesia come scelta alternativa, come un disattendere alla tradizione. Sono concetti questi molto antichi che risalgono addirittura al Petrarca, secondo cui la grande poesia ha il compito di cantare le gesta dell’eroe e con il poema l’Africa era sua intenzione far risorgere la poesia epica. Anche da qui emerge l’attrazione di Diodata per i modelli del passato e il ruolo della donna – guerriero non è quasi mai conciliabile con l’amore, (Isabella ama il suo sovrano, combatte coraggiosamente per lui ma non accetta di diventarne l’amante), ha un fondamento di tipo eroico, epico con personaggi che appartengono tutti ad una condizione sociale elevata, quindi più vicina alle tragedie che non al romanzo del Manzoni.
Diversamente dallo Scott i contenuti medioevali e cavallereschi non vengono trasferiti all’interno di un’ideologia borghese, non esistono personaggi “umili”, in questo senso le novelle rimangono a metà strada tra il romanzo borghese, che verrà dopo, e il poema epico cavalleresco, che era venuto prima. Anche i contenuti cavallereschi delle novelle vengono contaminati con strutture e moduli arcaici della novella e il Tasso è l’esempio della conciliazione tra la sensibilità romantica e la tradizione classica.
Spesso le novelle hanno spesso dei finali tragici, perché di amori impossibili.
Sviluppata anche la tematica del potere e della ragion di stato.
L’inizio della novella I saraceni vede analogie evidenti con la Gerusalemme liberata del Tasso nell’episodio di Armida.
Per definire questi racconti in maniera complessiva si può tentare di ricordare quell’eccletismo tipico della cultura piemontese dove le soluzioni narrative ed espressive sono sempre di compromesso.
La novella La valle della Ferrania è l’emblema del genere nero, sfugge la collocazione storica, è un racconto che tendenzialmente si avvicina alle soluzioni adottate dal romanzo nero, dove l’inclinazione all’orrore, al buio, che tendono alla deformazione macabra delle rovine sotterranee, rappresentano il mistero e le forze occulte della natura. Comunque rispetto ai canoni del romanzo nero la Saluzzo risulta essere più moderata. Per esempio nel romanzo l’Italiano della Radcliffe c’è un monaco che rappresenta l’eroe del male e la scrittrice lo descrive pallido, alto, con sguardo torvo e terribile, caratteristiche che sono proprie dell’eroe fatale e romantico e così è anche nel Mago degli Appennini, ma la scrittrice non ha la forza di sprigionare nessun eroe del male.
La Saluzzo appare l’esponente di un tentativo incerto e faticoso che però risulta ugualmente significativo perché in bilico fra soluzioni opposte e contrastanti di cui tentò uno sforzo di conciliazione.
La tendenza per il racconto storico, che si diffonde in Piemonte ai primi dell’800, è erede dell’erudizione settecentesca e finirà per confluire nelle passioni patriottiche e nell’impegno politico di parecchi scrittori. I primi abbozzi di quello che diventerà in seguito il romanzo storico, appartengono a Santorre di Santarosa e a Cesare Balbo, nel periodo tra Restaurazione e Risorgimento. La scelta dei soggetti narrati è fortemente condizionata dalla cultura e dalle vicissitudini del tempo e dalla volontà di riscatto contro gli stranieri usurpatori, almeno sulla carta. Questa tradizione continua con Massimo d’Azeglio, autore del romanzo Ettore Fieramosca.
Diodata, per il momento rimane al di qua di quella che in un secondo tempo diventerà una strumentalizzazione del passato in relazione al presente. Le sue scelte, in fatto di episodi legati alla storia, non possiedono ancora quell’intuizione romantico risorgimentale, anche se spesso si sofferma a parlare di civili discordie, di scontri tra famiglie e di fazioni avversarie. Tutti i racconti, tranne uno, Gaspara Stampa, sono ambientati in Piemonte. Nella novella Gaspara Stampa l’attenzione viene maggiormente rivolta all’amore infelice, al triste connubio amore – morte, e quindi in un certo senso è più legata gli intenti romantici.
Ribadiamo ancora una volta la dissociazione e l’incertezza di questa poetessa che possiamo definire preromantica e premanzoniana. Manzoni stesso propose la pubblicazione di queste novelle al Ferrario, lo stesso editore che poi pubblicherà I Promessi Sposi. Il rapporto con il Manzoni segna però il destino della scrittrice, in primo luogo perché egli sempre si rifiuterà di dare un giudizio preciso nei suoi confronti e di aiutarla, mantenendo un riserbo che forse è la spia di un’opinione non del tutto favorevole, per il concetto ormai superato che adoperava della storia e per dell’uso dello stile e della lingua, che non riusciva a districarsi dalle maglie troppo ferree del classicismo tra cui era nata e cresciuta. Questo prelude alla sfortuna critica del testo. Il Manzoni, per errore, mandò alla Biblioteca Italiana l’opera della Saluzzo e la rivista ne scrisse una critica negativa ed ironica. Anche il Tommaseo non fu tenero di giudizi sull’Antologia. Questi giudizi negativi contribuirono ulteriormente all’isolamento dell’autrice nel periodo storico che va dalla Restaurazione al Risorgimento.
Sono proprio le novelle che ancora oggi, a distanza di anni, ci permettono di leggere questa autrice, considerata per certi aspetti minore, nell’edizione datata 1989 a cura della L. Nay pubblicata dall’editore Olschki di Firenze.
Una raccolta di Poesie Postume, uscì nel 1843, a tre anni dalla scomparsa, e alcuni poemetti di chiara ispirazione ossianica.
Poesia, tragedia, novella tali sono i generi, molto diversi tra di loro, in cui ella si cimentò grazie alla sua grande abilità nel comporre e grazie anche alla sua sconfinata cultura, in una società in cui le donne erano educate solo al canto e al disegno, la fecero salutare dallo stesso Foscolo come la Saffo italiana.

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di Tiziana Sacco

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