DIODATA
SALUZZO ROERO DI REVELLO

Il
periodo storico: tra ‘700 e ‘800: lumi e sentimenti
a confronto
Diodata Saluzzo Roero di Revello si trova a vivere in un intenso
periodo di transizione culturale, a cavallo fra due secoli, il
‘700 e l’800, caratterizzati da grandi avvenimenti
e da grandi eventi di pensiero, per molti aspetti in netta antitesi
tra di loro, che condizionarono non poco la produzione letteraria
e la stessa cultura.
Il ‘700, il grande secolo dei Lumi, l’Illuminismo,
ossequioso in maniera assoluta della Ragione umana, intesa come
pietra di saggio delle dottrine e delle idee e sui cui si faceva
sicuro affidamento per esprimere giudizi su qualsivoglia questione
era argomento di discussione. La prima metà culturale di
questo secolo in Italia è dominata dall’Arcadia.
Accademia letteraria a tutti gli effetti, era nata a Roma nei
salotti della regina Cristina di Svezia, che dopo aver rinunciato
al trono si era stabilita nella capitale dell’allora regno
pontificio, ed era diventata protettrice di letterati e di artisti.
E infatti fu proprio questo gruppo di letterati che, decisi a
non smettere le loro riunioni anche dopo la morte della sovrana,
costituirono una vera e propria accademia, avente uno scopo ben
preciso e cioè quello di un ritorno ad una poesia pura,
ad una poesia che risorgesse dalle ceneri del cattivo gusto in
cui era sprofondata nel corso del secolo precedente, riconducendola
a sincerità di sentimenti e ad uno stile semplice e chiaro.
Il secolo vide la sua apoteosi con la Rivoluzione francese, che
segnò la sconfitta dei regimi assolutistici illuminati
e ripose la sua fiducia in Napoleone, che traghettò verso
il nuovo secolo, l’’800, un’Europa delusa, che
vedeva nella Restaurazione il fallimento di un’epoca in
cui aveva lottato e sperato, il fallimento degli ideali prospettati
dalla Ragione, che alla fine si era rivelata incapace di dare
agli uomini la pace e la felicità.
Ecco allora aprirsi il nuovo secolo, all’insegna di un ritorno
alla fede religiosa, di un abbandonarsi ai sentimenti, alle illusioni,
che il razionalismo del secolo precedente aveva per anni impedito.
Un vivo sentimento della natura, intesa come forza grandiosa e
possente che partecipa dei sentimenti e delle passioni dell’anima,
la ribellione contro la società e i regimi assolutistici,
che si concretizza nell’impegno politico e nell’amore
verso la patria, una nuova concezione dell’uomo, libero
di vivere la propria vita seguendo gli impulsi dettati dal cuore
e un nuovo concetto del genio e dell’arte, sono tutti atteggiamenti
che in varia misura caratterizzarono le personalità che
si ritrovarono a vivere quei momenti storici, tutti riconducibili
ad uno stato d’animo comune che va sotto il nome di “romanticismo”.
Senza dimenticare la fondamentale parentesi di gusto e di stile
sviluppatasi nelle arti e nelle lettere, che storicamente si insinua
tra la Rivoluzione francese e l’Impero napoleonico che conosciamo
come Neoclassicismo. Il Neoclassicismo, ossia il nuovo Classicismo,
ha come scopo principale quello di ricondurre l’arte, in
ogni sua espressione, agli ideali e alle forme della cultura greco-latina.
Fu quindi in quest’epoca così complessa di rivolgimenti
politici e sociali, di rivoluzioni culturali che Diodata si trovò
a dover vivere o meglio a dover convivere e le sue non sempre
furono scelte facili. Diodata vive intensamente la sua età
e ne assorbe le molteplici esperienze letterarie, riflettendole
successivamente nelle sue opere.
La vita: in breve “semplicissima”
“La semplicissima mia vita – scrive lei stessa il
22 novembre 1829 – non offerisce gran campo allo scrittore”.
Intendeva così, forse con atteggiamento umile e schivo,
di sottrarsi a quella tendenza, prettamente romantica, che concepiva
la vita di un artista come qualcosa di eccezionale, quasi illuminata
dal genio che dominava la sua ispirazione. Andando oltre a leggere
ciò che lei stessa scriveva su di sé, si ha l’impressione
che la Saluzzo fosse profondamente convinta di aver in maniera
saggia saputo trarre profitto dall’educazione di stampo
nobiliare ed aristocratico che aveva ricevuto a Torino proprio
a cavallo dei due secoli di cui sopra si è detto.
Andando avanti parla dei suoi genitori e soprattutto del padre,
Angelo Saluzzo di Monesiglio, personaggio di spicco della cultura
torinese del tempo, tanto da essere tra i fondatori e poi presidente
dell’Accademia delle Scienze di Torino. Vengono poi i fratelli,
di cui due, Cesare e Alessandro, seguono l’esempio del padre,
mentre il terzo, Federico, era caduto in combattimento a Verona
nel 1799, tra le file dell’esercito napoleonico.
Ricorda anche “la gran parte che ebbe nel dirigere i suoi
studi l’abbate Tommaso Valperga di Caluso”, ed infine,
“tra i letterati amici con i quali ha carteggiato sempre”
annovera “oltre Madama di Stael, il Monti, il Bettinelli,
Parini, Manzoni” ed altri ancora “non escluse le donne”.
Finora tutto vero.
Diodata era nata a Torino nel 1775, in una famiglia piemontese
di nobili origini. L’educazione che ricevette all’interno
di codesta famiglia fu fondamentale al cammino che intraprese
successivamente del comporre in versi e prosa. Il padre, Giuseppe
Angelo Saluzzo, scienziato, fu tra i fondatori di una società
di fisica e di matematica, che divenne, nel 1783, la Reale Accademia
delle Scienze di Torino. Fu proprio il padre il primo ad avere
fiducia nel talento della figlia, nelle sue doti felici di improvvisazione,
e ad incoraggiarla nelle sue produzioni letterarie, tanto da esortarla
a pubblicare le sue composizioni in versi. Fin da bambina infatti,
Diodata aveva espresso la capacità e la preferenza per
esprimersi in versi, la cui prima parte vide la luce nel 1796.
Nel 1789, quando aveva solo quindici anni, aiutò il padre
nell’organizzazione di un’accademia scientifico letteraria
rivolta ai bambini a casa loro. Amava, con i suoi fratelli e con
altri amici, discutere appassionatamente di svariati argomenti
che la sua cultura sconfinata le aveva permesso di conoscere ed
approfondire.
Le opinioni dei “grandi”
Oltre al padre, fra coloro che la spronarono a coltivare le lettere
e la poesia si aggiunga Carlo Denina, che la conobbe bambina precoce,
e Prospero Balbo, padre di Cesare, a cui va il merito di aver
curato la pubblicazione della sua prima raccolta di Versi nel
1796. Un altro grande piemontese, l’Alfieri, arrivò
ad augurarsi che “provincia si fertile d’ingegni e
si colta”, grazie alla poesia della Saluzzo, potesse “finalmente
essere tolta alla Francia e restituita luminosamente all’Italia
letteraria”
Altri illustri artisti che ebbero a formulare un ampio consenso
nei confronti della scrittrice piemontese furono il saviglianese
Santorre di Santarosa, patriota e letterato, e il milanese Parini,
che la considerò un’iniziatrice di poesia nuova.
Da sottolineare lo sforzo da parte di uno dei teorici del Romanticismo
italiano, quel Ludovico di Breme, liberale, che volle considerare
l’ode Le rovine, composizione di netta impronta preromantica,
“Un perfetto esempio di lirica romantica”, e lo scrisse
pure in uno dei suoi celebri articoli che segano la nascita e
la diffusione del romanticismo in Italia. Il giudizio non era
però del tutto corretto, perché la forma, l’impianto
e la lingua erano ancora classicistici. Fu proprio questa formazione,
di matrice classicistica, che impedì alla Saluzzo una piena
adesione ai canoni del romanticismo. Le soluzioni espressive e
stilistiche delle sue opere restano spesso impacciate a metà
strada tra classicismo, secondo i modi della tradizione lirica
tardoarcadica e neoclassica, e romanticismo, quando cominciano
ad intravedersi le prime tensioni, ispirate anche dagli avvenimenti
politici e sociali del tempo, che piacquero ai romantici, alcuni
dei quali la ritennero la loro precorritrice. Le prime avvisaglie
tipiche del romanticismo sono anche da ricercarsi nel gusto per
i sentimenti, nel connubio tipico amore – morte, nella tendenza
a descrivere paesaggi notturni e tenebrosi, in questo riconducibile
al famoso Ossian, leggendario poeta e principe scozzese le cui
poesie sarebbero state ritrovate e tradotte da Macpharson. Ebbero
a quell’epoca parecchia fortuna, e in Italia furono tradotte
da Cesarotti, ispirando tutta una sensibilità preromantica.
C’è un episodio, peraltro significativo, dove lo
stesso Di Breme invitava la scrittrice a pubblicare la novella
Gaspara Stampa sul Conciliatore. Diodata tentenna, è rosa
dal dubbio, ma poi alla fine rinuncia, dimostrando l’incertezza
di schierarsi apertamente dalla parte dei romantici. La Saluzzo
finirà poi per staccarsi progressivamente dalle correnti
più vive della cultura del suo tempo e si troverà
di colpo isolata, colpita da giudizi negativi sia da parte dei
classicisti sulla Biblioteca Italiana ma anche dal Tommaseo sull’Antologia.
La Saluzzo, nonostante tutto, riuscì ad ottenere anche
fuori dei confini piemontesi chi la incoraggiò e la riconobbe
una grande poetessa.
Oggi qualche riserva su questi giudizi ci sentiamo di muoverla.
Foscolo arriva a definirla la Saffo italiana, l’inglese
Byron la crede “superiore a tutti i poeti italiani viventi”,
e non era uno sprovveduto in quanto a poesia classica italiana,
infine il francese Lamartine, forse il più equilibrato,
che vede nei suoi componimenti qualcosa di “nuovo”
ma che gli “rammenta lo antico, senza per questo imitarlo”
.
Glaucilla Eurotea entra in Arcadia
Nel 1795 fu accolta fra i membri dell’Arcadia e prese il
nome altisonante di Glaucilla Eurotea, come era consuetudine nell’accademia,
e dopo l’uscita della prima edizione dei suoi Versi, nel
1796, entrò a far parte di altre accademie italiane, tra
cui quella di Fossano e nella Dora con il nome di Dafne, e nel
1802 fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia delle
Scienze di Torino.
Nel 1799, a ventiquattro anni, sposa Massimiliano Roero di Revello,
un nobile di quasi sessant’anni, ma dopo solo tre anni rimane
vedova e senza figli. Per tentare di riempire il vuoto causatole
dalla mancanza di una famiglia sua, viaggiò molto, in Italia
e in Europa, coltivando parecchie amicizie.
Nel 1837 una paralisi bloccò senza rimedio la parte sinistra
del suo corpo e la condusse nel giro di tre anni alla morte.
L’OPERA
I Versi
Diodata pubblica la prima raccolta dei Versi nel 1796, con cui
ebbe da subito un gran successo, in seguito essi vedranno ancora
la luce più tardi, l’ultima edizione in quattro volumi
è del 1816, stampata sempre a Torino. Sono un tipico esempio
della molteplicità di forme e di temi tra cui si dibatteva
la poesia italiana fra ‘700 e ‘800, fra Arcadia e
incipiente Romanticismo.
Un’eccezione: la lirica LE ROVINE
Le rovine è una lirica preromantica, dove si intravede
il suo gusto per le rovine, per le tracce della grandezza del
passato ormai distrutte e che permettono però di fantasticare,
di risalire al passato con la passione per la storia. E’
un elemento tipico della poesia romantica. Una visita al vetusto
castello di Saluzzo è il pretesto per avviare la ricostruzione
della vita trascorsa, soprattutto nel Medioevo. Attraverso le
tracce delle età antiche, Diodata ricostruisce un passato
di tipo fantastico e attribuisce alle rovine un fascino del tutto
particolare per il loro passato misterioso. Il tema delle rovine
è fra i più diffusi nella letteratura tra ‘700
e ‘800, perché vennero viste come la testimonianza
nel presente della grandezza del passato e quindi motivo di esortazione
a riportare in Italia la grandezza di un tempo.
Le tragedie: Erminia e Tullia
Diodata si cimentò anche in un genere come il teatro, scrivendo
commedie e tragedie di soggetto storico, ne ricordiamo due l’Erminia,
la cui trama fu ispirata da un episodio della Gerusalemme liberata
del Tasso, e la Tullia, che porta sulla scena una tragedia famigliare
accaduta nell’antica Roma. Non suscitarono particolare entusiasmo:
anzi l’Erminia portata sulla scena a Napoli nel 1817 trovò
ad accoglierla un insuccesso che forse non meritava e oggi, sono
forse con le novelle le uniche opere che meriterebbero una più
scrupolosa attenzione. Sebbene l’autrice non sia in grado
di staccarsi in maniera palese dal modello imposto dall’Alfieri,
ella non voleva limitare il conflitto tragico all’antitesi
tirannide – libertà, dava alla protagonista libertà
e responsabilità di azione, naturalmente tenendo conto
delle convenienze che i ruoli drammatici imponevano.
La Tullia narra una vicenda peraltro complessa, in cui alla coppia
tirannide – libertà si associa quella altrettanto
topica di amore morte. La protagonista arriva ad uccidere la sorella
perché innamoratasi del marito e costui fa altrettanto:
in un secondo momento, favorendo l’ascesa politica, elimina
il padre, che deteneva il potere. Fin dalle prime scene Diodata
si serve di immagini della narrativa nera per illustrare come
una passione così grande possa creare effetti devastanti
sull’animo di una giovane tanto da portarla al compimento
di azioni così crudeli.
Il poema: Ipazia ovvero della filosofia
Esce sempre a Torino nel 1827. La protagonista è la filosofa
neo-platonica Ipazia, vissuta ad Alessandria d’Egitto fra
la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C. Fu il padre
stesso ad indirizzarla verso lo studio delle scienze, in un’epoca
in cui alle donne non era quasi permesso di avvicinarsi agli studi
e quindi di distinguersi nella scienza che rimaneva esclusivo
appannaggio degli uomini. Ipazia rimane dunque un’eccezione,
ed un’eccezione notevole se si considera che oltre ad essere
una grande studiosa di matematica e delle scienze ad essa collegate,
fu anche un’insegnante e quindi un’insegnante anche
di uomini. Ella fu dunque matematica, astronoma e filosofa, purtroppo
non ci sono giunti i suoi scritti sul moto degli astri, di cui
sembra ella giunse a nuove scoperte interessanti. Purtroppo questa
sua sconfinata e straordinaria cultura che, se per un verso la
faceva oggetto di rispetto e di timore quasi reverenziale da parte
di alcuni gruppi, dall’altra suscitò un’invidia
tale tra altri che si professavano già cristiani, che arrivarono
all’assassinio, in maniera peraltro atroce. E fin qui la
vicenda terrena.
Da un punto di vista puramente formale e stilistico il poema può
dichiararsi un fallimento, se lo stesso Lamartine dice che, leggendolo,
gli era capitato più volte di tornare sullo stesso passaggio
per non averlo compreso. Tuttavia va riconosciuto il merito di
avere cercato di reperire quei legami. non del tutto occasionali
tra poesia e filosofia, che rimangono la maggior ambizione e il
maggior risultato della lirica contemporanea, se pensiamo che
ancora ai nostri giorni la figura di Ipazia ha affascinato un
poeta come Mario Luzi. Non si può precisare con sicurezza
quanto nel fallimento del poema abbia influito il fatto che Diodata
abbia dato ascolto ai suoi maestri e consiglieri, porgendo orecchio
ai suggerimenti di una cultura erudita di chiara impronta maschile.
Diodata ha forse cercato nel personaggio di Ipazia una qualche
identificazione con il suo ruolo di scrittrice, di donna, in un
mondo dove ancora erano gli uomini a giocare i ruoli primari,
non potendo assumere interamente le vesti di una moderna Saffo,
e neanche di ricoprire l’importante vicenda ideologica di
cui si era resa protagonista Madame de Stael, non solo nell’Europa
anti-napoleonica, ma anche in Italia, ponendo le basi dell’affermazione
di quel nuovo gruppo di intellettuali e di scrittori divisi tra
la Lombardia e il regno sabaudo, raccolti attorno al Conciliatore
che si chiamarono romantici. Con la scelta di un modello femminile,
tanto solenne e tanto lontano nel tempo, la Saluzzo non è
riuscita nella sua rivendicazione di una cultura non del tutto
maschile ma ha dimostrato di aver capito il problema, inoltre
le vicende stessa della sua vita privata, il matrimonio, lei giovanissima
con un nobile parecchio più anziano, di cui rimase vedova
e senza figli, la condannarono a rimanere per così dire
chiusa all’interno del cerchio magico della letteratura
e delle illusione che essa faceva sorgere e alimentava. In quest’ottica
è da sottolineare l’altro tentativo della Saluzzo
di tentare un altro genere letterario che in quel momento stava
diventando appannaggio femminile, come ancora ci testimonia Madame
de Stael, con i suoi romanzi Corinna e Delfina, la narrativa,
nella forma della novella.
Le Novelle
Diodata sceglie come genere narrativo la novella, nel tentativo
di recuperare un genere che apparteneva al passato. Questa scelta
le permette di realizzare una situazione di compromesso tra le
due epoche in cui si trova a vivere, unendo elementi propri del
romanticismo e del preromanticismo. Uno tra i tanti è la
scelta dei soggetti, legati alla storia e in particolare alla
storia medioevale piemontese. Ogni novella presenta l’anno
preciso in cui è ambientata e un avvenimento storico in
particolare. La sua è una storia di tipo erudito, quasi
scientifico, con una scrupolosa attenzione alle fonti, riportate
con precisione all’inizio di ogni racconto, e ai documenti.
Ella si limita alla ricostruzione attenta di antiche età
e antichi costumi, e in questa scelta è facile riconoscere
quel gusto per la documentazione, per il particolare storico che
appartiene al secolo dei Lumi, vedi Tiraboschi e Muratori. Ricorre
a fonti di diversa origine, e su questo tipo di documentazione
storica l’autrice attua delle variazioni per puro scopo
letterario. I suoi personaggi sono realmente esistiti e in quest’ottica
la scrittrice rimane in un certo senso insensibile alla poetica
manzoniana relativa al romanzo e tuttalpiù si avvicina
alle tragedie. Le vicende del passato rivivono nelle sue novelle,
episodi sentimentali e romantici che vedono spesso come protagoniste
le donne, con le loro speranze, le loro passioni, i loro affetti,
spesso repressi e mancati.
Frequentemente le novelle sono intervallate da strofe o da vere
e proprie poesie che interrompono la narrazione. I modelli di
queste poesie sono da ricercarsi in Arcadia ma risentono dei moduli
della nuova poesia romantica, soprattutto di quella di un certo
poeta il Berchet. Ci sono anche spesso riferimenti alla poesia
manzoniana, a testimonianza di come la scrittrice sia influenzata
da correnti diverse di stile e di pensiero. L’inserimento
di versi nella scrittura di un romanzo non era del tutto sconosciuto
ai romantici. Per fare un esempio nel Mario Visconti di Tommaso
Grossi troviamo delle poesie che in maniera episodica interrompono
la narrazione. Questo continuo inserimento di poesie nelle novelle
può in un certo senso confermare della grande sensibilità
poetica della Saluzzo, la profusione alle atmosfere liriche, alla
scrittura di carattere descrittivo più che non la capacità
di condurre un discorso più propriamente narrativo incentrato
sull’azione. I versi che troviamo tra le novelle sono molto
scorrevoli, di facile e pronta comprensione e di fatto si contrappongono
alla prosa, di struttura ancora complessa che non sempre consente
un’immediata comprensione. Uno dei motivi di questa difficoltà
di scrittura e del discrimine che esisteva tra poesia e prosa
può essere dato dal fatto che mentre la prima, aveva alle
spalle una solida tradizione, la prosa, si trovava a dover fare
i conti con l’incapacità di adattarsi ad uno stile
che fosse più popolare, di più immediata comprensione.
Sarà ancora una volta il Manzoni, il protagonista della
revisione della lingua italiana in chiave più popolare,
che fosse più agile a adatta ai tempi, affrontata nel suo
capolavoro I promessi sposi. La Saluzzo fa ampio uso di un linguaggio
ancora bellico ed eroico che si può senza dubbio ricondurre
ad una tradizione che aveva avuto la sua incarnazione nell’epos,
che aveva avuto nel Tasso il suo ultimo esponente.
Un amico della scrittrice disse che le sue descrizioni erano molto
minuziose di particolari e che diminuivano l’interesse di
chi leggeva. L’osservazione è esatta poiché
in queste novelle manca la narrazione effettiva, se continuiamo
a fare riferimento ai Promessi sposi. Nel romanzo Manzoni attua
un tipo di descrizione tipicamente realistico, “esempio
di un talento dell’osservazione” come ebbe a dire
lo stesso De Sanctis, che ancora prosegue definendo lo scrittore
milanese un naturalista, che non offre descrizioni immobili ma
che accompagnano il movimento della natura stessa, quindi un tipo
di rappresentazione fatta dal vero, una descrizione della realtà
di natura dinamica. Al contrario le descrizioni di Diodata sono
ancorate ancora alla tradizione, sono retoriche, avulse dal contenuto
reale. Le sue sono descrizioni che appartengono a schemi letterari
convenzionali. Ad esempio le descrizioni dei paesaggi sono convenzionali
e riprendono i modelli della natura tipici del ‘700, di
tipo idilliaco ed arcadico, preromantico e notturno, quindi non
la natura reale vista nella sua molteplicità di aspetti.
Nello stesso tempo però la natura si fa interprete degli
stati d’animo dei personaggi e allora in queste occasioni
affiora un elemento che sarà tipico dei romantici che vedranno
la natura come un’entità superiore e viva in grado
si provare sentimenti e passioni.
In altri luoghi compare il sublime dell’orrore, quei paesaggi
caratteristici del romanzo nero o gotico, accompagnati da luoghi
lugubri inquietanti come sepolcri, vecchie chiese abbandonate,
luoghi solitari dove la civiltà sembra essere lontana.
Gli stati d’animo sono tormentosi, e la condizione più
frequente che caratterizza i personaggi è l’infelicità.
In altri momenti paesaggi idilliaci, tipici di un’arcadia
ritrovata accompagnano la serenità d’animo del personaggio.
Comunque tutta la narrativa della Saluzzo presenta descrizioni
di tipo retorico ed esornativo che sono scarsamente funzionali
all’intreccio, e questo fa pensare ad una scarsa attitudine
della scrittrice a manovrare con padronanza strutture romanzesche
complesse, tanto che trova meno difficoltà con la narrazione
in versi che non in prosa.
Un’altra caratteristica di queste novelle è il ricorrere
del personaggio della donna – guerriero, che compie missioni
eroiche per il proprio sovrano, che talvolta combatte sostituendosi
al marito. Questo indusse la Biblioteca Italiana a definirla “Pantesilea
dei romantici”, definizione che tra l’altro si ricava
da una novella Isabella Losa, dove il rapporto significativo che
si instaura tra la donna- guerriero e la poetessa rivela una concezione
della poesia come scelta alternativa, come un disattendere alla
tradizione. Sono concetti questi molto antichi che risalgono addirittura
al Petrarca, secondo cui la grande poesia ha il compito di cantare
le gesta dell’eroe e con il poema l’Africa era sua
intenzione far risorgere la poesia epica. Anche da qui emerge
l’attrazione di Diodata per i modelli del passato e il ruolo
della donna – guerriero non è quasi mai conciliabile
con l’amore, (Isabella ama il suo sovrano, combatte coraggiosamente
per lui ma non accetta di diventarne l’amante), ha un fondamento
di tipo eroico, epico con personaggi che appartengono tutti ad
una condizione sociale elevata, quindi più vicina alle
tragedie che non al romanzo del Manzoni.
Diversamente dallo Scott i contenuti medioevali e cavallereschi
non vengono trasferiti all’interno di un’ideologia
borghese, non esistono personaggi “umili”, in questo
senso le novelle rimangono a metà strada tra il romanzo
borghese, che verrà dopo, e il poema epico cavalleresco,
che era venuto prima. Anche i contenuti cavallereschi delle novelle
vengono contaminati con strutture e moduli arcaici della novella
e il Tasso è l’esempio della conciliazione tra la
sensibilità romantica e la tradizione classica.
Spesso le novelle hanno spesso dei finali tragici, perché
di amori impossibili.
Sviluppata anche la tematica del potere e della ragion di stato.
L’inizio della novella I saraceni vede analogie evidenti
con la Gerusalemme liberata del Tasso nell’episodio di Armida.
Per definire questi racconti in maniera complessiva si può
tentare di ricordare quell’eccletismo tipico della cultura
piemontese dove le soluzioni narrative ed espressive sono sempre
di compromesso.
La novella La valle della Ferrania è l’emblema del
genere nero, sfugge la collocazione storica, è un racconto
che tendenzialmente si avvicina alle soluzioni adottate dal romanzo
nero, dove l’inclinazione all’orrore, al buio, che
tendono alla deformazione macabra delle rovine sotterranee, rappresentano
il mistero e le forze occulte della natura. Comunque rispetto
ai canoni del romanzo nero la Saluzzo risulta essere più
moderata. Per esempio nel romanzo l’Italiano della Radcliffe
c’è un monaco che rappresenta l’eroe del male
e la scrittrice lo descrive pallido, alto, con sguardo torvo e
terribile, caratteristiche che sono proprie dell’eroe fatale
e romantico e così è anche nel Mago degli Appennini,
ma la scrittrice non ha la forza di sprigionare nessun eroe del
male.
La Saluzzo appare l’esponente di un tentativo incerto e
faticoso che però risulta ugualmente significativo perché
in bilico fra soluzioni opposte e contrastanti di cui tentò
uno sforzo di conciliazione.
La tendenza per il racconto storico, che si diffonde in Piemonte
ai primi dell’800, è erede dell’erudizione
settecentesca e finirà per confluire nelle passioni patriottiche
e nell’impegno politico di parecchi scrittori. I primi abbozzi
di quello che diventerà in seguito il romanzo storico,
appartengono a Santorre di Santarosa e a Cesare Balbo, nel periodo
tra Restaurazione e Risorgimento. La scelta dei soggetti narrati
è fortemente condizionata dalla cultura e dalle vicissitudini
del tempo e dalla volontà di riscatto contro gli stranieri
usurpatori, almeno sulla carta. Questa tradizione continua con
Massimo d’Azeglio, autore del romanzo Ettore Fieramosca.
Diodata, per il momento rimane al di qua di quella che in un secondo
tempo diventerà una strumentalizzazione del passato in
relazione al presente. Le sue scelte, in fatto di episodi legati
alla storia, non possiedono ancora quell’intuizione romantico
risorgimentale, anche se spesso si sofferma a parlare di civili
discordie, di scontri tra famiglie e di fazioni avversarie. Tutti
i racconti, tranne uno, Gaspara Stampa, sono ambientati in Piemonte.
Nella novella Gaspara Stampa l’attenzione viene maggiormente
rivolta all’amore infelice, al triste connubio amore –
morte, e quindi in un certo senso è più legata gli
intenti romantici.
Ribadiamo ancora una volta la dissociazione e l’incertezza
di questa poetessa che possiamo definire preromantica e premanzoniana.
Manzoni stesso propose la pubblicazione di queste novelle al Ferrario,
lo stesso editore che poi pubblicherà I Promessi Sposi.
Il rapporto con il Manzoni segna però il destino della
scrittrice, in primo luogo perché egli sempre si rifiuterà
di dare un giudizio preciso nei suoi confronti e di aiutarla,
mantenendo un riserbo che forse è la spia di un’opinione
non del tutto favorevole, per il concetto ormai superato che adoperava
della storia e per dell’uso dello stile e della lingua,
che non riusciva a districarsi dalle maglie troppo ferree del
classicismo tra cui era nata e cresciuta. Questo prelude alla
sfortuna critica del testo. Il Manzoni, per errore, mandò
alla Biblioteca Italiana l’opera della Saluzzo e la rivista
ne scrisse una critica negativa ed ironica. Anche il Tommaseo
non fu tenero di giudizi sull’Antologia. Questi giudizi
negativi contribuirono ulteriormente all’isolamento dell’autrice
nel periodo storico che va dalla Restaurazione al Risorgimento.
Sono proprio le novelle che ancora oggi, a distanza di anni, ci
permettono di leggere questa autrice, considerata per certi aspetti
minore, nell’edizione datata 1989 a cura della L. Nay pubblicata
dall’editore Olschki di Firenze.
Una raccolta di Poesie Postume, uscì nel 1843, a tre anni
dalla scomparsa, e alcuni poemetti di chiara ispirazione ossianica.
Poesia, tragedia, novella tali sono i generi, molto diversi tra
di loro, in cui ella si cimentò grazie alla sua grande
abilità nel comporre e grazie anche alla sua sconfinata
cultura, in una società in cui le donne erano educate solo
al canto e al disegno, la fecero salutare dallo stesso Foscolo
come la Saffo italiana.
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e testi a cura di:
di Tiziana Sacco