venerd́ 16 maggio 2008

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LA CONTESSA DI CASTIGLIONE

SOMMARIO
La giovinezza
Il Matrimonio
Una diplomatica particolare…
Il declino e la solitudine
Il diario
.

“Sono nata alla Spezia, mi sono sposata alla Spezia e voglio essere sepolta alla Spezia, mia ingrata, ingiusta amata città.”

 

 

 


Questo avrebbe desiderato la contessa di Castiglione.
Purtroppo così non avvenne. La contessa amò la città di La Spezia dove visse, tanto da considerarla sua città natale, ma non fu sepolta di fronte al Golfo dei Poeti che lei romanticamente aveva ribattezzato “Golfo di Ariel”.

Di se stessa diceva: “Io sono io, e me ne vanto; non voglio niente dalle altre e per le altre. Io valgo molto più di loro. Riconosco che posso non sembrare buona dato il mio carattere fiero, franco, libero, che mi fa essere talvolta cruda e dura. Così qualcuno mi detesta; ma ciò non m’importa. Non ci tengo a piacere a tutti.”

Questa era la Contessa di Castiglione, una donna fiera, arsa dal fuoco bruciante di forti passioni, consapevole del suo straordinario fascino. Altezzosa e superba, provava disprezzo verso le altre donne, amava la libertà più di tutto ed era insofferente alla disciplina, spronata da un’insana passione per la vita mondana, Virginia era profondamente convinta che il suo sarebbe stato un illustre destino e che la storia, quella con la S maiuscola, l’avrebbe consacrata come una grande eroina che si era prodigata per favorire il proprio paese.

Durante tutto il tempo della sua straordinaria vita mondana emergerà in maniera chiara la sua disinvoltura nell’instaurare relazioni sociali, soprattutto con l’universo maschile, mentre i suoi rapporti con l’universo femminile sono significati dal motto: “Le eguaglio per nascita. Le supero per bellezza. Le giudico per ingegno.”

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LA GIOVINEZZA
Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria, questo il vero nome della contessa, Oldoini nasce a Firenze il 22 marzo 1837. Figlia della marchesa Isabella Lamporecchi e del marchese Filippo Oldoini di La Spezia.

Fin dalla tenera età, Virginia o affettuosamente Virginicchia o più semplicemente Nicchia, come la chiamavano in casa i famigliari, per la sua insolita abitudine di raccogliersi come una piccola conchiglia, fu pienamente consapevole di possedere una bellezza straordinaria e un fascino del tutto particolari, tanto che regalava un sorriso ed una momentanea visione di se stessa solo nei confronti di chi aveva il privilegio di suscitare il suo interesse.
Presa improvvisamente da una crisi mistica entrò giovinetta alle Orsoline, ma il suo ritiro durò ben poco, era troppo curiosa ed animata da una grande smania di conoscenza, si interessava di tantissimi argomenti, ed aveva una predilezione per la letture romantiche, forse in un certo senso anticipazione di quello che sarebbe stato il suo destino.
Adolescente è intelligente, bellissima e di buon gusto.
E’ considerata una delle donne più belle non solo d’Italia ma d’Europa: alta, snella, slanciata, con lunghi capelli biondi, che morbidi scendono a spirale, un viso dall’ovale delicato, perfetta la bocca, bianca e delicata la carnagione. Meravigliosi sono gli occhi, per alcuni sono di un verde intenso, per altri azzurri, per altri ancora addirittura viola. La voce di una dolcezza armoniosa, che spesso indulge a silenzi eloquenti, tanto da rendersi profondamente misteriosa. Splendide sono le mani e taluni artisti ne rimasero così colpiti da ritrarle così, da sole.
In tutti quelli che la conobbero, destò sentimenti di ammirazione e forse anche di invidia.
Sapeva perfettamente dell’effetto che destava in chi la vedeva e sapeva perfettamente far risaltare la sua bellezza indossando abiti splendidi, originali e anche audaci, che il suo buon gusto, innato ed inimitabile le suggeriva.

Dicono i più che in amore fosse fredda, in un certo senso la donna più bella del momento in Europa e la più desiderata non riusciva a godersi le profonde passioni che destava negli altri.

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IL MATRIMONIO
Giovanissima, appena diciassettenne, la bella Virginia, nonostante non ne fosse per nulla innamorata, sposa il conte Francesco Verasis Asinari di Costigliole d’Asti e di Castiglione Tinella, di ben dodici anni più anziano di lei e di lei per giunta innamorato.
Affabile e dolce nei modi di fare, copriva di attenzioni, talvolta eccessive, la moglie, che mal sopportava un simile atteggiamento. Ella avrebbe di gran lunga preferito un uomo diverso, con un carattere più forte, più deciso, ambizioso e amante del rischio. Ma il conte era disposto ad accettare la sfida di una moglie simile, con se stesso e nei confronti di quanti, forse, avrebbero voluto essere al suo posto. Era ben consapevole dei molti amori e della libertà di costumi che la distinguevano, ed era disposto a scendere a qualsiasi compromesso pur di riuscire nell’intento di accaparrarsela e di conquistarla, fino a sopportare un matrimonio senza che lei nutrisse un qualche amore per lui.
E Virginia già prevede una vita noiosa, ma per lei il matrimonio rappresenta una svolta di vita incredibile che le spalanca le porte del bel mondo dorato della corte.
La coppia si trasferisce a Torino, allora capitale del regno sabaudo, centro vivace della vita mondana e culturale dell’epoca e soprattutto sede della corte del re Vittorio Emanuele II. Palazzo Castiglione, che fiancheggiava la residenza del conte di Cavour, diventa la sua dimora da cui partire per le sua mirabolanti avventure alla corte del re.
E la bella Virginia, non rimane insensibile al fascino che può sprigionare la vita di una corte, dorata ed elegante, nello sfavillare di feste e balli, dove mettere in mostra toilettes lussuose che seguivano i dettami della moda, nel sapersi destreggiare tra intrighi più o meno complicati e che talvolta rischiavano lo scandalo.
E lei sempre elegante ed impeccabile, indossando abiti costosissimi e curati fin nei minimi particolari, sprigionando un fascino che incantava, riuscì a poco a poco a conquistare chiunque, all’inizio uomini e donne. Non c’era ricevimento o evento mondano a cui non fosse invitata e di cui non ne fosse la protagonista indiscussa.
Lo stesso re Vittorio, che tutti sanno grande intenditore in fatto di donne, non si lasciò sfuggire un’occasione così appetitosa e così a portata di mano, circondando di attenzioni, più o meno regolari e coprendo di regali e di gioielli preziosissimi, l’affascinante contessa, che tra l’altro non si tirò indietro, delusa e profondamente annoiata della vita coniugale, che senza dubbio non faceva per lei.
Una tale situazione divenne ben presto insostenibile anche per il conte, che credeva di poter sopportare le pressioni che tale ingrato matrimonio gli andavano procurando giorno per giorno. Iniziano i dissapori, la discordia serpeggia nel rapporto tra i due coniugi: Virginia è troppo bella, troppo ambita, troppo esposta, troppo indipendente, il conte ben presto si deve arrendere all’evidenza che aver sposato una simile bellezza è un peso insopportabile e così anche per salvarsi dalla crisi che stava attanagliando la sua situazione economica, provocata dalle ingenti spese sostenute dalla moglie per le sue toilettes costosissime, si decide a chiedere la separazione.

Nonostante tutto, Virginia e Francesco ebbero un figlio, Giorgio, di cui la madre sempre poco si curò, ricordandosi di lui solamente alla fine, quando era prossima alla morte, forse in un ultimo, disperato impeto di amore materno e in un estremo tentativo di rimediare al passato, quando lo aveva trascurato per inseguire i suoi innumerevoli amori.
Di amori e di amanti ne ebbe parecchi. Tra i più illustri si ricordano i fratelli Doria, il banchiere Rothschild, Napoleone III imperatore di Francia, Cavour, Costantino Nigra, ambasciatore in Francia e lo stesso re, Vittorio Emanuele.
Ci si chiede però se questa donna, tanto bella fu veramente amata, ma alla luce dei fatti che la vedono protagonista viene da pensare piuttosto che venne “usata”, una preda interessante ed ambita da chi riusciva anche solo per una volta a ricevere le sue attenzioni particolari. Le persone che l’amarono in maniera sincera, furono forse solo il marito e il banchiere Rothschild, che però la interessavano solo dal punto di vista finanziario, gli altri uomini volevano solamente aggiudicarsela come un’ambita preda e di certo furono soddisfatti me senza passione e ad un altissimo prezzo.

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UNA DIPLOMATICA PARTICOLARE…………………………..
Ma chi pensa a lei più di tutti e decide veramente di “usarla” per una giusta causa, quale quella per l’Italia, ossia per fare l’Italia, fu niente meno che il primo ministro, l’abilissimo Cavour.
L’assidua frequentazione della corte non passa di certo inosservata al conte, il “brutto cugino” che, pur subendone il fascino pericoloso, la conosceva fin da quando era bambina e la considerava una fanciulla malata di egocentrismo e narcisismo, tanto che fu l’unico a tentare di convincere il cugino a non sposarla, invano.
Le capacità di seduzione della contessa conquistano anche un personaggio scaltro e ingegnoso come Cavour, che da buon politico non ne nota solo le superbe qualità fisiche ma anche le” capacità” diplomatiche e la conoscenza delle lingue, doti, che unite alla bellezza, l’avrebbero introdotta in qualsiasi corte, anche a quella di Napoleone III.
Nell’astuta mente di Cavour un’idea, forse un po’ ardita, comincia a farsi strada: perché non inviare la contessa a Parigi quale eloquente ambasciatrice nel tentativo di sostenere presso l’imperatore la causa del Piemonte?
Al re Vittorio Emanuele, che nel frattempo non era rimasto insensibile al fascino della contessa e si era dato da fare allacciando con Virginia una relazione, il progetto non dispiacque e fu pronto a dare il suo consenso. Il conte allora cominciò ad istruire la contessa sull’importante missione che doveva condurre a Parigi: sedurre l’imperatore dei Francesi e portarlo a sostenere la causa italiana, contro l’Austria, facendolo alleare con il piccolo Piemonte. E a Virginia, che aveva molta più ambizione che buon senso, non furono necessarie altre motivazioni per accettare di buon grado l’incarico, che la vedeva protagonista di una pagina di storia italiana.

Tutto ciò avveniva nel 1854, quando il piccolo Piemonte si preparava a partecipare alla campagna di Crimea, a fianco dell’Inghilterra e della Francia, nonostante il malcontento generale che una simile azione di governo aveva suscitato nell’opinione pubblica piemontese, non così lungimirante da comprendere i fini di quest’abile azione diplomatica.
Il 9 gennaio 1856 Virginia si trasferisce a Parigi, e non è un caso che sia solo un mese prima del Congresso di Parigi
A Parigi, dove ha a sua disposizione una villa, Virginia non delude. Riesce subito ad entrare in società, dove svolge il suo compito di “ambasciatrice” italiana alla perfezione, tanto bene sa destreggiarsi tra impegni politici e feste, indossando come al solito abiti audaci ed insoliti e gioielli preziosissimi.
Diventa quasi subito l’amante di Napoleone, tanto da destare invidie e pettegolezzi, di cui però sembra non curarsi minimamente , tanto presa com’è dalla sua “missione”.
Alla fine pare che sia proprio lei a convincere l’imperatore ad invitare anche l’Italia al tavolo delle trattative di pace, seguito alla guerra di Crimea. E qui Cavour ebbe l’ opportunità di portare davanti alle nazioni europee, quali Francia ed Inghilterra soprattutto, la grave situazione in cui si trovava a dover fare i conti l’Italia alle prese con l’Austria.
Tanto, riuscì a combinare il fascino, lo splendore femminile da travolgere un imperatore, l’ultimo dei corsi.
Nonostante tutto la relazione con l’imperatore dei Francesi durò poco, un anno circa, dopo di che la bella Virginia cadde in disgrazia, soppiantata da un’altra bella straniera.
Si racconta, tra le altre cose, che l’imperatrice Eugenia, la moglie di Napoleone, che la detestava e che l’aveva sempre trattata malissimo, arrivò a costringere la polizia ad inscenare un falso attentato che aveva come protagonista un italiano, un certo Cappelletti. Lo scandalo fu tale che la bella contessa dovette riparare in fretta in Italia.
Nel 1859, prima che scoppiasse la Seconda Guerra d’Indipendenza, l’imperatore viene in visita in Italia e Virginia, frequentando gli ambienti della corte, ebbe modo di incontrarlo.
Desiderava a tutti i costi ritornare in Francia, dove come fulgida stella aveva brillato alla corte dell’imperatore, la sua richiesta fu accolta, tuttavia qualcuno le consigliò di non frequentare la corte. Purtroppo per lei stava iniziando quello che si sarebbe rivelato un lento, eppur inesorabile declino, si stava lentamente avviando lungo il viale di un infelice tramonto, reso ancor più triste da condizioni economiche gravose che la vedono piena di debiti, a causa della sua condotta di vita troppo dispendios,a a cui si aggiungeva la causa di divorzio che il marito le aveva intentato, ricca di ampie testimonianze a suo sfavore.
Tornò in Piemonte e ancora per breve tempo le fu concesso di frequentare la corte sabauda. Vittorio Emanuele fu ancor generoso di favori nei suoi confronti, ma non lo fu altrettanto dal punto di vista economico. Quasi alla disperazione tentò un ultimo rientro in Francia dove sperava di poter nuovamente godere del favore di un tempo, ma quel tempo dorato e scintillante era ormai tramontato anche per la corte francese, che con la sconfitta di Sedan dava un addio definitivo alla monarchia.

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IL DECLINO E LA SOLITUDINE
Dopo lo splendore di una vita mondana vissuta ai più sfrenati livelli, la contessa si avviava verso un tramonto triste da eroina romantica. La solitudine pervase come un’ombra sinistra la sua vita, che era stata splendida, e si insinuò subdola a dominare gli ultimi giorni. Dimenticata, disperata, sull’orlo della follia, arsa dal rancore verso chi un tempo aveva approfittato di lei pur subendone il fascino, che ora vedeva tristemente perduto con l’avanzare inesorabile dell’età. La sua bellezza, con cui sempre si era identificata, insidiata dalla vecchiaia che avanzava, stava lentamente sfiorendo. Virginia si vedeva in un certo senso perduta, finita, per non vedere lo sfacelo che minacciava il suo volto, che era stato bellissimo, coprì gli specchi di casa e si ritirò in solitudine, perché nessuno potesse vedere lo scempio che stava avvenendo in colei che era stata tra le donne più belle d’Europa, invidiata ed ammirata da tutti. Ci fu ancora qualcuno, ricco e famoso, che nonostante tutto l’avrebbe ancora amata e magari sposata, sollevandola da una vita ormai squallida, ma ella rifiutò.
Anche l’ex marito, suo malgrado subì una sorte infelice, finendo i suoi giorni sotto le ruote di una carrozza.
Gli ultimi giorni la contessa li visse cercando un rifugio sicuro nei suoi innumerevoli ricordi e il 28 novembre 1899, all’alba del nuovo secolo si spense nella sua casa senza destare nessun clamore. Colei, che suo malgrado, e con mezzi seppur discutibili aveva contribuito alla causa italiana, moriva senza far notizia negli ambienti dove un tempo aveva contato, e né l’Italia né la Francia esaudirono i suoi ultimi desideri.
Avrebbe desiderato essere sepolta a La Spezia, che considerava sua città natale, senza funzione religiosa e senza fiori, non voleva che i giornali fossero informati ne tanto meno le autorità, civili e religiose. Aveva chiesto di indossare la camicia da notte, leggera, preziosa, quella che poteva stare racchiusa nel palmo di una mano, quella che aveva indosso durante la notte trascorsa con Napoleone a Compiegne, con al collo una collana di perle e ai polsi i due braccialetti che aveva più cari, il capo posato sul cuscino di velluto che il figlio Giorgio aveva ricamato quando era bambino e di avere ai piedi, nella bara, i due cagnolini imbalsamati, ultimi compagni di una desolata vecchiaia.
Nulla di quanto aveva chiesto le fu concesso. Come chiunque ebbe una regolare funzione religiosa a cui parteciparono camerieri, un duca e un agente di cambio, non ebbe la compagnia dei suoi cani, e non le fu posto il capo sul cuscino del figlio, morto da tempo, che in vita non aveva amato nè seguito e non indossò la camicia di una notte a Compiegne, né tanto meno i suoi gioielli, che gli eredi si preoccuparono in fretta di sottrarre.
Fu sepolta in Francia nel cimitero di Père Lachaise, dove tuttora riposa.
Subito dopo la sua morte la polizia, le autorità e i servizi segreti si adoperarono alacremente per eliminare tutte le lettere e i documenti a lei inviati dalle massime personalità politiche dell’epoca con le quali era entrata in relazione, onde evitare pesanti situazioni compromettenti o addirittura scandali che avrebbero potuto colpire re, politici, papi e banchieri.


IL DIARIO
Virginia tenne durante tutta la sua vita un diario o journal, scritto in francese, oggi utilissimo per ricostruire particolari momenti della sua vicenda, dove traspare, tra le altre cose, la grande abilità nel prendersi gioco degli uomini, succubi del suo fascino straordinario e ammaliatore. E la contessa sapeva scriveva in maniera anche astuta, facendo frequentemente ricorso ad un codice cifrato quando si trattava di descrivere le situazioni particolari che aveva vissute con i propri amanti, anche ambigue, molto spesso e talvolta scabrose. Inoltre è redatto anche con la chiara intenzione di porre in risalto solo ed esclusivamente le sue qualità, infatti non vengono mai narrati episodi che possano in qualche maniera danneggiare la sua reputazione o che possano far notare i suoi difetti.

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Ricerca e testi a cura di:

di Tiziana Sacco

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