LA
CONTESSA DI CASTIGLIONE
“Sono
nata alla Spezia, mi sono sposata alla Spezia e voglio essere
sepolta alla Spezia, mia ingrata, ingiusta amata città.”

Questo
avrebbe desiderato la contessa di Castiglione.
Purtroppo così non avvenne. La contessa amò la città
di La Spezia dove visse, tanto da considerarla sua città
natale, ma non fu sepolta di fronte al Golfo dei Poeti che lei
romanticamente aveva ribattezzato “Golfo di Ariel”.
Di se stessa diceva: “Io
sono io, e me ne vanto; non voglio niente dalle altre e per le
altre. Io valgo molto più di loro. Riconosco che posso
non sembrare buona dato il mio carattere fiero, franco, libero,
che mi fa essere talvolta cruda e dura. Così qualcuno mi
detesta; ma ciò non m’importa. Non ci tengo a piacere
a tutti.”
Questa era la Contessa di
Castiglione, una donna fiera, arsa dal fuoco bruciante di forti
passioni, consapevole del suo straordinario fascino. Altezzosa
e superba, provava disprezzo verso le altre donne, amava la libertà
più di tutto ed era insofferente alla disciplina, spronata
da un’insana passione per la vita mondana, Virginia era
profondamente convinta che il suo sarebbe stato un illustre destino
e che la storia, quella con la S maiuscola, l’avrebbe consacrata
come una grande eroina che si era prodigata per favorire il proprio
paese.
Durante
tutto il tempo della sua straordinaria vita mondana emergerà
in maniera chiara la sua disinvoltura nell’instaurare relazioni
sociali, soprattutto con l’universo maschile, mentre i suoi
rapporti con l’universo femminile sono significati dal motto:
“Le eguaglio per nascita. Le supero per bellezza. Le giudico
per ingegno.”
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LA
GIOVINEZZA
Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria, questo
il vero nome della contessa, Oldoini nasce a Firenze il 22 marzo
1837. Figlia della marchesa Isabella Lamporecchi e del marchese
Filippo Oldoini di La Spezia.
Fin dalla tenera età,
Virginia o affettuosamente Virginicchia o più semplicemente
Nicchia, come la chiamavano in casa i famigliari, per la sua insolita
abitudine di raccogliersi come una piccola conchiglia, fu pienamente
consapevole di possedere una bellezza straordinaria e un fascino
del tutto particolari, tanto che regalava un sorriso ed una momentanea
visione di se stessa solo nei confronti di chi aveva il privilegio
di suscitare il suo interesse.
Presa improvvisamente da una crisi mistica entrò giovinetta
alle Orsoline, ma il suo ritiro durò ben poco, era troppo
curiosa ed animata da una grande smania di conoscenza, si interessava
di tantissimi argomenti, ed aveva una predilezione per la letture
romantiche, forse in un certo senso anticipazione di quello che
sarebbe stato il suo destino.
Adolescente è intelligente, bellissima e di buon gusto.
E’ considerata una delle donne più belle non solo
d’Italia ma d’Europa: alta, snella, slanciata, con
lunghi capelli biondi, che morbidi scendono a spirale, un viso
dall’ovale delicato, perfetta la bocca, bianca e delicata
la carnagione. Meravigliosi sono gli occhi, per alcuni sono di
un verde intenso, per altri azzurri, per altri ancora addirittura
viola. La voce di una dolcezza armoniosa, che spesso indulge a
silenzi eloquenti, tanto da rendersi profondamente misteriosa.
Splendide sono le mani e taluni artisti ne rimasero così
colpiti da ritrarle così, da sole.
In tutti quelli che la conobbero, destò sentimenti di ammirazione
e forse anche di invidia.
Sapeva perfettamente dell’effetto che destava in chi la
vedeva e sapeva perfettamente far risaltare la sua bellezza indossando
abiti splendidi, originali e anche audaci, che il suo buon gusto,
innato ed inimitabile le suggeriva.
Dicono
i più che in amore fosse fredda, in un certo senso la donna
più bella del momento in Europa e la più desiderata
non riusciva a godersi le profonde passioni che destava negli
altri.
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IL
MATRIMONIO
Giovanissima, appena diciassettenne, la bella Virginia, nonostante
non ne fosse per nulla innamorata, sposa il conte Francesco Verasis
Asinari di Costigliole d’Asti e di Castiglione Tinella,
di ben dodici anni più anziano di lei e di lei per giunta
innamorato.
Affabile e dolce nei modi di fare, copriva di attenzioni, talvolta
eccessive, la moglie, che mal sopportava un simile atteggiamento.
Ella avrebbe di gran lunga preferito un uomo diverso, con un carattere
più forte, più deciso, ambizioso e amante del rischio.
Ma il conte era disposto ad accettare la sfida di una moglie simile,
con se stesso e nei confronti di quanti, forse, avrebbero voluto
essere al suo posto. Era ben consapevole dei molti amori e della
libertà di costumi che la distinguevano, ed era disposto
a scendere a qualsiasi compromesso pur di riuscire nell’intento
di accaparrarsela e di conquistarla, fino a sopportare un matrimonio
senza che lei nutrisse un qualche amore per lui.
E Virginia già prevede una vita noiosa, ma per lei il matrimonio
rappresenta una svolta di vita incredibile che le spalanca le
porte del bel mondo dorato della corte.
La coppia si trasferisce a Torino, allora capitale del regno sabaudo,
centro vivace della vita mondana e culturale dell’epoca
e soprattutto sede della corte del re Vittorio Emanuele II. Palazzo
Castiglione, che fiancheggiava la residenza del conte di Cavour,
diventa la sua dimora da cui partire per le sua mirabolanti avventure
alla corte del re.
E la bella Virginia, non rimane insensibile al fascino che può
sprigionare la vita di una corte, dorata ed elegante, nello sfavillare
di feste e balli, dove mettere in mostra toilettes lussuose che
seguivano i dettami della moda, nel sapersi destreggiare tra intrighi
più o meno complicati e che talvolta rischiavano lo scandalo.
E lei sempre elegante ed impeccabile, indossando abiti costosissimi
e curati fin nei minimi particolari, sprigionando un fascino che
incantava, riuscì a poco a poco a conquistare chiunque,
all’inizio uomini e donne. Non c’era ricevimento o
evento mondano a cui non fosse invitata e di cui non ne fosse
la protagonista indiscussa.
Lo stesso re Vittorio, che tutti sanno grande intenditore in fatto
di donne, non si lasciò sfuggire un’occasione così
appetitosa e così a portata di mano, circondando di attenzioni,
più o meno regolari e coprendo di regali e di gioielli
preziosissimi, l’affascinante contessa, che tra l’altro
non si tirò indietro, delusa e profondamente annoiata della
vita coniugale, che senza dubbio non faceva per lei.
Una tale situazione divenne ben presto insostenibile anche per
il conte, che credeva di poter sopportare le pressioni che tale
ingrato matrimonio gli andavano procurando giorno per giorno.
Iniziano i dissapori, la discordia serpeggia nel rapporto tra
i due coniugi: Virginia è troppo bella, troppo ambita,
troppo esposta, troppo indipendente, il conte ben presto si deve
arrendere all’evidenza che aver sposato una simile bellezza
è un peso insopportabile e così anche per salvarsi
dalla crisi che stava attanagliando la sua situazione economica,
provocata dalle ingenti spese sostenute dalla moglie per le sue
toilettes costosissime, si decide a chiedere la separazione.
Nonostante tutto, Virginia e Francesco ebbero un figlio, Giorgio,
di cui la madre sempre poco si curò, ricordandosi di lui
solamente alla fine, quando era prossima alla morte, forse in
un ultimo, disperato impeto di amore materno e in un estremo tentativo
di rimediare al passato, quando lo aveva trascurato per inseguire
i suoi innumerevoli amori.
Di amori e di amanti ne ebbe parecchi. Tra i più illustri
si ricordano i fratelli Doria, il banchiere Rothschild, Napoleone
III imperatore di Francia, Cavour, Costantino Nigra, ambasciatore
in Francia e lo stesso re, Vittorio Emanuele.
Ci si chiede però se questa donna, tanto bella fu veramente
amata, ma alla luce dei fatti che la vedono protagonista viene
da pensare piuttosto che venne “usata”, una preda
interessante ed ambita da chi riusciva anche solo per una volta
a ricevere le sue attenzioni particolari. Le persone che l’amarono
in maniera sincera, furono forse solo il marito e il banchiere
Rothschild, che però la interessavano solo dal punto di
vista finanziario, gli altri uomini volevano solamente aggiudicarsela
come un’ambita preda e di certo furono soddisfatti me senza
passione e ad un altissimo prezzo.
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UNA
DIPLOMATICA PARTICOLARE…………………………..
Ma chi pensa a lei più di tutti e decide veramente di “usarla”
per una giusta causa, quale quella per l’Italia, ossia per
fare l’Italia, fu niente meno che il primo ministro, l’abilissimo
Cavour.
L’assidua frequentazione della corte non passa di certo
inosservata al conte, il “brutto cugino” che, pur
subendone il fascino pericoloso, la conosceva fin da quando era
bambina e la considerava una fanciulla malata di egocentrismo
e narcisismo, tanto che fu l’unico a tentare di convincere
il cugino a non sposarla, invano.
Le capacità di seduzione della contessa conquistano anche
un personaggio scaltro e ingegnoso come Cavour, che da buon politico
non ne nota solo le superbe qualità fisiche ma anche le”
capacità” diplomatiche e la conoscenza delle lingue,
doti, che unite alla bellezza, l’avrebbero introdotta in
qualsiasi corte, anche a quella di Napoleone III.
Nell’astuta mente di Cavour un’idea, forse un po’
ardita, comincia a farsi strada: perché non inviare la
contessa a Parigi quale eloquente ambasciatrice nel tentativo
di sostenere presso l’imperatore la causa del Piemonte?
Al re Vittorio Emanuele, che nel frattempo non era rimasto insensibile
al fascino della contessa e si era dato da fare allacciando con
Virginia una relazione, il progetto non dispiacque e fu pronto
a dare il suo consenso. Il conte allora cominciò ad istruire
la contessa sull’importante missione che doveva condurre
a Parigi: sedurre l’imperatore dei Francesi e portarlo a
sostenere la causa italiana, contro l’Austria, facendolo
alleare con il piccolo Piemonte. E a Virginia, che aveva molta
più ambizione che buon senso, non furono necessarie altre
motivazioni per accettare di buon grado l’incarico, che
la vedeva protagonista di una pagina di storia italiana.
Tutto
ciò avveniva nel 1854, quando il piccolo Piemonte si preparava
a partecipare alla campagna di Crimea, a fianco dell’Inghilterra
e della Francia, nonostante il malcontento generale che una simile
azione di governo aveva suscitato nell’opinione pubblica
piemontese, non così lungimirante da comprendere i fini
di quest’abile azione diplomatica.
Il 9 gennaio 1856 Virginia si trasferisce a Parigi, e non è
un caso che sia solo un mese prima del Congresso di Parigi
A Parigi, dove ha a sua disposizione una villa, Virginia non delude.
Riesce subito ad entrare in società, dove svolge il suo
compito di “ambasciatrice” italiana alla perfezione,
tanto bene sa destreggiarsi tra impegni politici e feste, indossando
come al solito abiti audaci ed insoliti e gioielli preziosissimi.
Diventa quasi subito l’amante di Napoleone, tanto da destare
invidie e pettegolezzi, di cui però sembra non curarsi
minimamente , tanto presa com’è dalla sua “missione”.
Alla fine pare che sia proprio lei a convincere l’imperatore
ad invitare anche l’Italia al tavolo delle trattative di
pace, seguito alla guerra di Crimea. E qui Cavour ebbe l’
opportunità di portare davanti alle nazioni europee, quali
Francia ed Inghilterra soprattutto, la grave situazione in cui
si trovava a dover fare i conti l’Italia alle prese con
l’Austria.
Tanto, riuscì a combinare il fascino, lo splendore femminile
da travolgere un imperatore, l’ultimo dei corsi.
Nonostante tutto la relazione con l’imperatore dei Francesi
durò poco, un anno circa, dopo di che la bella Virginia
cadde in disgrazia, soppiantata da un’altra bella straniera.
Si racconta, tra le altre cose, che l’imperatrice Eugenia,
la moglie di Napoleone, che la detestava e che l’aveva sempre
trattata malissimo, arrivò a costringere la polizia ad
inscenare un falso attentato che aveva come protagonista un italiano,
un certo Cappelletti. Lo scandalo fu tale che la bella contessa
dovette riparare in fretta in Italia.
Nel 1859, prima che scoppiasse la Seconda Guerra d’Indipendenza,
l’imperatore viene in visita in Italia e Virginia, frequentando
gli ambienti della corte, ebbe modo di incontrarlo.
Desiderava a tutti i costi ritornare in Francia, dove come fulgida
stella aveva brillato alla corte dell’imperatore, la sua
richiesta fu accolta, tuttavia qualcuno le consigliò di
non frequentare la corte. Purtroppo per lei stava iniziando quello
che si sarebbe rivelato un lento, eppur inesorabile declino, si
stava lentamente avviando lungo il viale di un infelice tramonto,
reso ancor più triste da condizioni economiche gravose
che la vedono piena di debiti, a causa della sua condotta di vita
troppo dispendios,a a cui si aggiungeva la causa di divorzio che
il marito le aveva intentato, ricca di ampie testimonianze a suo
sfavore.
Tornò in Piemonte e ancora per breve tempo le fu concesso
di frequentare la corte sabauda. Vittorio Emanuele fu ancor generoso
di favori nei suoi confronti, ma non lo fu altrettanto dal punto
di vista economico. Quasi alla disperazione tentò un ultimo
rientro in Francia dove sperava di poter nuovamente godere del
favore di un tempo, ma quel tempo dorato e scintillante era ormai
tramontato anche per la corte francese, che con la sconfitta di
Sedan dava un addio definitivo alla monarchia.
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IL
DECLINO E LA SOLITUDINE
Dopo lo splendore di una vita mondana vissuta ai più sfrenati
livelli, la contessa si avviava verso un tramonto triste da eroina
romantica. La solitudine pervase come un’ombra sinistra
la sua vita, che era stata splendida, e si insinuò subdola
a dominare gli ultimi giorni. Dimenticata, disperata, sull’orlo
della follia, arsa dal rancore verso chi un tempo aveva approfittato
di lei pur subendone il fascino, che ora vedeva tristemente perduto
con l’avanzare inesorabile dell’età. La sua
bellezza, con cui sempre si era identificata, insidiata dalla
vecchiaia che avanzava, stava lentamente sfiorendo. Virginia si
vedeva in un certo senso perduta, finita, per non vedere lo sfacelo
che minacciava il suo volto, che era stato bellissimo, coprì
gli specchi di casa e si ritirò in solitudine, perché
nessuno potesse vedere lo scempio che stava avvenendo in colei
che era stata tra le donne più belle d’Europa, invidiata
ed ammirata da tutti. Ci fu ancora qualcuno, ricco e famoso, che
nonostante tutto l’avrebbe ancora amata e magari sposata,
sollevandola da una vita ormai squallida, ma ella rifiutò.
Anche l’ex marito, suo malgrado subì una sorte infelice,
finendo i suoi giorni sotto le ruote di una carrozza.
Gli ultimi giorni la contessa li visse cercando un rifugio sicuro
nei suoi innumerevoli ricordi e il 28 novembre 1899, all’alba
del nuovo secolo si spense nella sua casa senza destare nessun
clamore. Colei, che suo malgrado, e con mezzi seppur discutibili
aveva contribuito alla causa italiana, moriva senza far notizia
negli ambienti dove un tempo aveva contato, e né l’Italia
né la Francia esaudirono i suoi ultimi desideri.
Avrebbe desiderato essere sepolta a La Spezia, che considerava
sua città natale, senza funzione religiosa e senza fiori,
non voleva che i giornali fossero informati ne tanto meno le autorità,
civili e religiose. Aveva chiesto di indossare la camicia da notte,
leggera, preziosa, quella che poteva stare racchiusa nel palmo
di una mano, quella che aveva indosso durante la notte trascorsa
con Napoleone a Compiegne, con al collo una collana di perle e
ai polsi i due braccialetti che aveva più cari, il capo
posato sul cuscino di velluto che il figlio Giorgio aveva ricamato
quando era bambino e di avere ai piedi, nella bara, i due cagnolini
imbalsamati, ultimi compagni di una desolata vecchiaia.
Nulla di quanto aveva chiesto le fu concesso. Come chiunque ebbe
una regolare funzione religiosa a cui parteciparono camerieri,
un duca e un agente di cambio, non ebbe la compagnia dei suoi
cani, e non le fu posto il capo sul cuscino del figlio, morto
da tempo, che in vita non aveva amato nè seguito e non
indossò la camicia di una notte a Compiegne, né
tanto meno i suoi gioielli, che gli eredi si preoccuparono in
fretta di sottrarre.
Fu sepolta in Francia nel cimitero di Père Lachaise, dove
tuttora riposa.
Subito dopo la sua morte la polizia, le autorità e i servizi
segreti si adoperarono alacremente per eliminare tutte le lettere
e i documenti a lei inviati dalle massime personalità politiche
dell’epoca con le quali era entrata in relazione, onde evitare
pesanti situazioni compromettenti o addirittura scandali che avrebbero
potuto colpire re, politici, papi e banchieri.
IL DIARIO
Virginia tenne durante tutta la sua vita un diario o journal,
scritto in francese, oggi utilissimo per ricostruire particolari
momenti della sua vicenda, dove traspare, tra le altre cose, la
grande abilità nel prendersi gioco degli uomini, succubi
del suo fascino straordinario e ammaliatore. E la contessa sapeva
scriveva in maniera anche astuta, facendo frequentemente ricorso
ad un codice cifrato quando si trattava di descrivere le situazioni
particolari che aveva vissute con i propri amanti, anche ambigue,
molto spesso e talvolta scabrose. Inoltre è redatto anche
con la chiara intenzione di porre in risalto solo ed esclusivamente
le sue qualità, infatti non vengono mai narrati episodi
che possano in qualche maniera danneggiare la sua reputazione
o che possano far notare i suoi difetti.
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e testi a cura di:
di Tiziana Sacco