SILVIO
PELLICO
Silvio
Pellico nasce a Saluzzo il 25 giugno 1789.
Studia a Pinerolo e a Torino e successivamente si trasferisce
a Lione dove avrebbe dovuto fare pratica nel settore commerciale,
ma appare chiara fin da allora la sua inclinazione naturale verso
le lettere. Tornato in Italia nel 1809 si stabilisce a Milano.
Qui ha l’opportunità di entrare in contatto con il
clima culturale romantico del tempo, soprattutto entrando in casa
del conte Porro, dove viene assunto in qualità di educatore
dei figli Giacomo e Giulio. Conosce i maggiori esponenti dell’ambiente
aristocratico e culturale del tempo: Ugo Foscolo, Vincenzo Monti,
Pietro Borsieri, Ludovico di Breme, Federico Confalonieri.
Inizia a scrivere intorno al 1812. All’inizio per il teatro
e celeberrima sarà la Francesca da Rimini che riscuoterà
un grande successo tra il pubblico. Diresse la rivista Il Conciliatore,
che ebbe però vita breve, perché soppressa dalla
censura austriaca dopo poco più di un anno di pubblicazioni.
Purtroppo a causa del suo profondo sentimento patriottico nel
1820, insieme ad altri amici, viene arrestato dalla polizia austriaca
con l’accusa di essere un affiliato della Carboneria. La
sentenza è in un primo tempo terribile: condanna a morte,
poi fortunatamente commutata in 15 anni di carcere duro da scontare
nella fortezza dello Spielberg in Moravia. Sono anni duri, di
sofferenze fisiche e morali che lo logorano profondamente, finalmente
nel 1830 la grazia imperiale gli permette di uscire e di far ritorno
in Italia. Qui il Pellico sceglie Torino come sua dimora e decide
di vivere isolato senza più partecipare attivamente alla
politica nè tanto meno ai circoli letterari, che pure erano
vivaci nella capitale del regno sabaudo. I suoi ultimi anni li
trascorre come segretario e bibliotecario, nonché amico
della marchesa Giulia di Barolo, che era rimata sinceramente colpita
dalla sua triste vicenda di carcerato.
L’isolamento però non gli impedisce di continuare
a scrivere e di comporre l’opera più famosa Le mie
prigioni, il memoriale che raccoglie l’esperienza dello
scrittore nel carcere e di cui si disse che causò più
danno all’Austria di una battaglia perduta.
Lo scritto narra dell’arresto, della vita nel carcere, e
della liberazione finale, senza mai però condannare quelli
che erano i suoi aguzzini, ma ponendo l’accento sul cammino
interiore, spirituale e morale, che la durezza delle condizioni
in cui fu costretto a vivere e soffrire aveva contribuito a maturare.
A poco a poco riscoprì la fede, l’autodisciplina
psicologica che lo fece resistere fino alla liberazione, e riuscì
a provare un’indulgenza mista a rassegnazione verso l’esistenza
e verso gli uomini.
Tanto in carcere che dopo la liberazione compone diverse tragedie,
(Ester d’Engaddi, Iginia d’Asti, Gismonda, Erodiade,
Tommaso Moro), cantiche (Tancredi, Morte di Dante) e uno svariato
numero di liriche.
Muore a Torino il 31 gennaio 1854.
Infanzia
e giovinezza
Silvio
Pellico nasce a Saluzzo il 25 giugno 1789, secondo di nove fratelli.
Il padre Onorato era commerciante, e animato da pura passione
dilettantesca, si dedicava a comporre brani poetici e faceva parte
di alcune accademie letterarie. La madre, Margherita Tournier,
originaria della Savoia, era donna molto pia dotata di un profondo
sentimento religioso e naturalmente dedita alla cura della numerosa
famiglia.
Famiglia modesta, che però cercò, nonostante le
numerose difficoltà di natura soprattutto economica, di
crescere i figli in un clima sereno ricco di affetti.
Silvio ebbe quindi un’infanzia relativamente felice ma purtroppo
provata da una salute che già si rivelava essere debole.
Nel 1792 la famiglia si trasferisce a Pinerolo, poiché
il padre aveva avviato un negozio di drogheria. Qui Silvio, insieme
al fratello primogenito Luigi, iniziò i primi studi e il
padre stesso cominciò ad infondergli la passione per la
lettura, lo studio e la composizione letteraria.
Nel 1799 il padre decide di trasferire il negozio a Torino, forse
per tentare nella grande città di avere maggior fortuna
negli affari. Nonostante i suoi sforzi per tentare di migliorare
in qualche maniera la pesante situazione economica questi si rivelarono
vani, l’attività entrò in crisi fino al fallimento.
Sorse allora lo spinoso problema di sistemare i figli maggiori.
Silvio, grazie all’interessamento di un parente facoltoso
che risiedeva a Lione, ha l’occasione di sistemarsi in Francia
per continuare gli studi. Il signor De Rubod avrebbe dovuto avviarlo
alla professione di commerciante, ma il ragazzo diciassettenne
ha ben altre intenzioni, preso molto di più dalla passione
per le lettere che da quella per il commercio.
SOMMARIO
^
Il
periodo lionese
Il
Pellico rimase a Lione fino al 1809 e furono anni importanti che
ne segnarono la vita.
Nella cittadina francese aperta agli influssi culturali dell’epoca,
egli ebbe modo di conoscere le grandi correnti del pensiero europeo,
che la Rivoluzione prima, e il periodo di Bonaparte in seguito,
a suo modo mantengono in vita, e quindi di subire l’influenza
delle idee illuministiche e razionalistiche che minarono la sua
fede alle radici, tanto da fargli abbandonare le convinzioni religiose
in cui fino ad allora aveva creduto. Furono gli anni che gli permisero
di approfondire la sua cultura letteraria, sia per quanto riguardava
le lingue classiche che per quanto riguardava le lingue moderne,
dedicandosi a studiare il francese, il tedesco, l’inglese.
SOMMARIO
^
Il
periodo milanese
Milano
in quegli anni di inizio ‘800 era capitale del Regno d’Italia,
sotto l’impero di Napoleone.
La città era uno dei centri più vivaci dal punto
di vista culturale e politico del Regno d’Italia, sensibile
alle nuove idee di stampo illuminista, aperta agli influssi che
giungevano da oltralpe, crogiolo infaticabile di attività
letterarie che animavano gli spiriti più audaci e intraprendenti
che avevano fondato riviste e si incontravano nei salotti e nei
caffè per discutere delle nuove idee. Tutto ciò
fu possibile fino a quando la Restaurazione del 1814 non riportò
gli Austriaci in Italia, che in breve soffocarono ogni anelito
di libertà di pensiero e di espressione attraverso l’arma
della censura.
Dunque Milano fu la città che più di ogni altra
influì profondamente sul destino politico e culturale del
Pellico.
Silvio giunse nella capitale del regno nel 1809, su invito del
padre che vi aveva ottenuto un impiego. La gioia di ritrovare
gli affetti famigliari era ancor più motivata dal fatto
che a Milano lo attirava il clima di fervore letterario che allora
si respirava in città, reso assai vivo da figure quali
il Monti e il Foscolo, i maggiori esponenti della letteratura
del tempo.
Soprattutto Foscolo, rimarrà un punto fermo costante nella
vita di Pellico. Egli durante la permanenza a Lione aveva letto
con entusiasmo il carme Dei Sepolcri e da allora era nata verso
il poeta di Zante una stima affettuosa e una sincera ammirazione,
che favorì tra i due un rapporto di profonda amicizia,
sia sul piano personale che su quello letterario e il Foscolo
sarà per il più giovane amico una fonte preziosa
di consigli: esprimerà elogi verso la tragedia Laodamia
mentre darà un giudizio negativo sulla Francesca da Rimini.
A Milano, per mantenersi, trovò impiego di insegnante di
lingua e letteratura francese nel Collegio degli orfani militari.
Il compenso era modesto, ma gli rimaneva comunque parecchio tempo
libero da dedicare agli studi e alle amicizie con i personaggi
più vivaci dell’ambiente culturale.
La Restaurazione, nel suo tentativo di ripristinare gli antichi
regimi dopo la caduta di Napoleone, aveva riportato gli Austriaci
al governo, di conseguenza il padre, a causa del decreto che impediva
agli stranieri di ricoprire incarichi presso gli uffici governativi,
dovette lasciare Milano per far ritorno a Torino, anche Silvio
aveva perso la cattedra ma decise comunque di rimanere a Milano
da solo, e fu assunto dal conte Briche, come istitutore dei figli
Enrico ed Odoardo.
Nel 1816, dopo aver lasciato la casa del Conte Briche, entrò
nella casa del Conte Porro Lambertenghi, in qualità di
educatore dei figli Giacomo e Giulio. Questi anni che trascorse
in casa del conte Porro furono i più sereni, felici e intensi
di tutta la sua esistenza che fu poi tristemente segnata.
La dimora del conte era uno dei salotti più prestigiosi
della Milano aristocratica del tempo, dove si incontravano l’arte
e la cultura in un continuo scambio di idee e di fermenti che
alimentava in un certo qual modo quella corrente che proprio allora
si andava diffondendo provenendo da oltralpe: il Romanticismo.
Esperienza letteraria, politica e civile all’unisono quella
del Romanticismo che in una sorta di totale rivoluzione di intenti
nei confronti dell’Illuminismo settecentesco, voleva il
rinnovamento della letteratura attraverso un legame più
stretto con la storia e gli ideali popolari, una ricerca delle
origini della poesia nelle passioni sincere dell’animo umano
e nel solco delle tradizioni nazionali. Il Pellico in quegli anni
fu animato nella sua attività pratica e di studioso e nella
sua produzione letteraria dal connubio che facevano questi interessi
politici e artistici.
In casa del conte ebbe modo di frequentare in maniera più
costante le amicizie già consolidate, quelle del Foscolo
e del Monti, e di incontrare altri esponenti della vita culturale
del tempo, come Pietro Corsieri, Ludovico di Breme, Federico Confalonieri
e di stringerne di nuove.
Indimenticabile per il Pellico fu la serata del 18 agosto 1815
quando al teatro Re la compagnia teatrale di Carlotta Marchionni
rappresentò la tragedia Francesca da Rimini. Fu un autentico
trionfo di pubblico e legò per sempre alla sua fortuna
il nome dell’autore. Essa fu solo una, la più celebre,
fra le tragedie composte o pensate in quegli anni fecondi del
Pellico, insieme ad altre numerose composizioni letterarie.
SOMMARIO
^
Il
Conciliatore
Nel settembre 1818 vide la luce a Milano il “Conciliatore”,
il “foglio azzurro” attorno a cui si raccoglieva il
gruppo dei romantici. E il Pellico si diede da fare anche in questa
nuova avventura, diventando il redattore capo della testata e
impegnandosi come giornalista infaticabile e animato diffusore.
Purtroppo la sua fu una vita breve, gloriosa ma breve: dopo circa
tredici mesi di pubblicazioni e un centinaio di numeri, la censura
austriaca non riuscì più a tollerare l’audacia
degli articoli che vi apparivano e frappose talmente tante difficoltà
che la redazione fu costretta a chiudere i battenti.
Purtroppo però gli articoli del Pellico, infarciti di ideali
che inneggiavano alla libertà e al risveglio nazionale
attraverso espressioni audaci e molto chiare, avevano già
iniziato a suscitare sospetti nella polizia austriaca, che mediante
la censura aveva posto fine alle pubblicazioni della rivista e
nello stesso tempo si era preoccupata di avvertire il Pellico
a cessare la sua attività letteraria in tal senso, pena
l’allontanamento dagli stati austriaci.
SOMMARIO
^
Il
1820
Il 1820 fu un anno fondamentale nell’esistenza del Pellico.
Egli conobbe e si innamorò, fino a concepire il desiderio
di sposarla, della cugina della grande attrice Carlotta Marchionni,
Teresa Bartolozzi, che egli con affetto chiamava Gegia. La sfortuna
volle che la stessa famiglia dello scrittore non fosse felice
all’idea e anche la stessa Teresa dimostrò incertezze
nei confronti di quell’unione, per cui non se ne fece nulla,
con grande rammarico dello scrittore, a cui stavano per prepararsi
nuovi eventi ben più dolorosi. Sempre in quello stesso
anno Silvio conobbe un giovane originario di Forlì, che
era giunto a Milano con il proposito di fondare un’organizzazione
clandestina affiliata alla già esistente Carboneria: Pietro
Maroncelli.
Il 20 agosto Pellico, incoraggiato da Maroncelli e ascoltando
i suoi ideali di libertà e di riscossa nazionale contro
l’Austria, nonostante fosse già stato messo in guardia
l’anno prima dalla stessa polizia, decideva di entrare a
far parte della Carboneria. Solamente il giorno successivo un
editto imperiale austriaco stabiliva la condanna a morte per chiunque
si fosse macchiato della colpevolezza di essere carbonaro e pene
altrettanto dure per chiunque, anche in maniera indiretta, si
fosse reso partecipe in qualche modo all’attività
clandestina della società segreta.
SOMMARIO
^
L’arresto
Purtroppo il brutto era di là da venire: e fu il Maroncelli
l’artefice involontario della dolorosa disgrazia che colpì
lui e i suoi compagni ed amici, dando inizio a tutta una serie
di processi contro la Carboneria lombarda. Inviata in maniera
poco prudente, perché consegnata nelle mani di un corriere
poco affidabile, una lettera al fratello che risiedeva a Bologna,
questa fu prontamente intercettata dalla polizia austriaca, che
nulla lasciava uscire dal regno senza un assiduo e meticoloso
controllo. La lettera conteneva, oltre ad informazioni compromettenti
e pericolose, i nomi degli affiliati illustri della Carboneria
lombarda, in gergo definiti “buoni cugini”, ossia
Romagnosi, Gioia, Porro Lambertenghi, Confalonieri, Pellico e
altri, per i quali iniziarono lunghi processi e durissimi interrogatori.
Iniziarono gli arresti: il 6 ottobre Maroncelli, il 13 ottobre
Pellico, rinchiuso nel carcere milanese di Santa Margherita.
E’ con questa data fatidica che inizia il tempo del memoriale,
forse più famoso di tutto il Risorgimento italiano, quello
che causò più danno all’Austria di una battaglia
persa, Le mie prigioni, dove sono narrati tutti gli avvenimenti
che seguiranno fino alla liberazione, con la decisione però
di tacere sugli aspetti più politici e giudiziari.
“Il venerdì 13 ottobre1820 fui arrestato a Milano,
e condotto a Santa Margherita. Erano le tre pomeridiane. Mi si
fece un lungo interrogatorio per tutto quel giorno e per altri
ancora. Ma di ciò non dirò nulla. Simile ad un amante
maltrattato dalla sua bella, e dignitosamente risoluto di tenerle
il broncio, lascio la politica ov’ella sta, e parlo d’altro”
Infatti l’opera tratta della vicenda umana e spirituale
insieme di un uomo che mai in un nessun momento pronunciò
parole di condanna contro i suoi persecutori, ma che riuscì
a trovare in se stesso la forza e la speranza, illuminate dalla
luce di una fede cristiana incrollabile, per resistere senza commettere
atti estremi ad una sciagura che lo segnò per sempre.
SOMMARIO
^
La
prigionia
13 ottobre 1820 – 19 febbraio 1821
E’ il periodo in cui fu detenuto nel carcere milanese e
della prima fase degli interrogatori. Pellico si oppone con abilità
e fermezza a ogni tipo di contestazione, resiste e nega ogni accusa
con energia. Per un momento si affaccia timida la speranza che
egli venga prosciolto e immediatamente liberato, ma poi giunge
da Vienna, all’improvviso, l’ ordine perentorio che
egli, insieme al Maroncelli, venga trasferito a Venezia per essere
sottoposto all’inquisizione della Commissione speciale contro
i carbonari.
20 febbraio 1821 – 11 gennaio 1822
E’ il periodo della seconda e fondamentale fase del processo
al Pellico, che viene detenuto nei cosiddetti “Piombi”,
le carceri del Palazzo Ducale di Venezia. In un primo momento
lo scrittore decide di continuare a mantenere la linea di condotta
già adottata in precedenza a Milano e cioè di negare
fermamente ogni addebito. Sfortunatamente però una sorta
di stanchezza, fisica e morale, cominciò a minare il suo
fisico che non era, come già sappiamo, dei più robusti,
in più a peggiorare la già gravosa situazione, si
aggiunsero le confessioni e dichiarazioni di altri affiliati,
forse rilasciate in un tentativo di implorare la salvezza, che
uniti all’abile maestria nell’estorcere deposizioni
dell’inquisitore Antonio Salvotti, fecero in breve capitolare
la già debole resistenza del Pellico.
Il 17 aprile Pellico pose fine al suo tormento e ad una lotta
sfibrante, forse già persa in partenza, inviando una lettera
ai suoi giudici in cui si sottopone al giudizio della Commissione
confessando apertamente il reato di appartenenza alla Carboneria.
11 gennaio 1822 – 26 marzo 1822
I prigionieri dichiarati colpevoli vengono condotti nelle carceri
di San Michele di Murano dove attenderanno la sentenza finale.
Finalmente il 22 febbraio nella piazzetta San Marco viene letta
in pubblico la sentenza di condanna: il Pellico era stato in primo
grado condannato alla pena di morte, che però la clemenza
sovrana dell’imperatore Francesco I aveva commutato in “quindici
di carcere duro” da scontare nel carcere fortezza dello
Spielberg in Moravia.
Pellico aveva allora trentatrè anni.
26 marzo 1822 – 1 agosto 1830
Pochi giorni di viaggio separano Venezia alla città di
Brunn, capoluogo della Moravia, e il 10 aprile 1822 il Pellico
varca la soglia terribile dello Spielberg “il più
severo ergastolo della monarchia austriaca”, dove resterà
rinchiuso tra le sue tetre mura per otto lunghissimi anni.
Finalmente la mattina del 1 agosto 1830, una domenica, giunge
a liberare il Pellico, il Maroncelli e un terzo detenuto, il bresciano
Andrea Tonelli la grazia imperiale austriaca. I prigionieri prontamente
scarcerati, provati nel fisico e nello spirito, sono ricondotti
nelle loro terre d’origine, con il divieto permanente di
soggiornare nei territori austriaci.
Pellico decide di tornare presso la famiglia che risiedeva a Torino,
sollevato di ritrovare in vita tutti i suoi famigliari, infatti
uno dei crucci che più lo aveva tormentato durante il periodo
di carcerazione era quello di non averli amati abbastanza prima
e la paura di non trovarli in vita una volta che fosse uscito
libero.
L’ultimo
periodo a Torino: 17 settembre 1830 – 31 gennaio 1854
Dopo
quanto era successo, Pellico decide di trascorrere l’ultimo
periodo della sua vita isolato, tanto dai circoli culturali che
da quelli politici, che cominciavano a fiorire in quegli anni
a Torino, complice il clima di rinnovamento sociale ed ideologico
che grazie alle nuove figure di intellettuali serpeggiava negli
ambienti più aristocratici e culturalmente elevati e che
avrebbe avuto le conseguenze che sappiamo in quel fenomeno chiamato
Risorgimento.
Egli non si fece più coinvolgere nell’attività
politica, abbandonò lo spirito rivoluzionario che lo aveva
animato durante la giovinezza a Milano ma non dimenticò
le idee e le aspirazioni più profonde rivolte al progresso
morale e civile degli Italiani.
Intanto il Risorgimento fremeva e accendeva gli animi, e grandi
eventi si preparavano a mutare le sorti dell’Italia e degli
Italiani: l’avvento al soglio pontificio di papa Pio IX,
le riforme varate negli stati italiani verso una maggiore libertà,
la concessione dello Statuto da parte di re Carlo Alberto, il
cui esempio fu seguito dagli altri sovrani italiani, e nel 1848
la Prima Guerra d’Indipendenza contro l’Austria. Egli
seguiva questi avvenimenti con gioia o con dolore a seconda dell’esito
felice o meno, ma aveva scelto e deciso di rimanere in silenzio,
di mai più esternare pubblicamente i suoi sentimenti, se
non nelle lettere agli amici più cari e di cui sapeva di
potersi fidare ciecamente.
Nel 1832 fu pubblicato il suo memoriale Le mie prigioni.
In quell’occasione il suo nome destò negli ambienti
intellettuali e non solo una gran polemica per i contenuti, comunque
il libro ottenne un immediato successo e un’enorme risonanza
e si distinse all’epoca come un caso letterario senza precedenti,
tanto che divenne il libro italiano più conosciuto e più
letto non solo in Italia ma in tutta l’Europa dell’800,
grazie alle innumerevoli edizioni e traduzioni in varie lingue
che se ne fecero.
Intanto per mantenersi fu assunto alle dipendenze del conte Tancredi
Falletti di Barolo in qualità di bibliotecario e segretario.
Il suo compito, non troppo gravoso poiché la sua salute
già malferma era peggiorata durante la detenzione nel carcere,
consisteva nel curare l’immensa biblioteca di famiglia conservata
a Palazzo Barolo e nel castello di Barolo, dove il Pellico soggiornò
soprattutto nel periodo estivo godendosi la pace e la bellezza
dei luoghi agresti. Si dice gli piacesse passeggiare fino al castello
della Volta, talvolta in compagnia della marchesa Giulia, della
quale era diventato l’amico e il consigliere.
Una volta venuto a mancare il marchese Tancredi, egli continuò
a rimanere in casa dei Barolo e diventò il consigliere,
l’amministratore e il confidente della vedova Giulia, che
una volta sola si ritirò dai circoli sociali per dedicarsi
completamente alle sue istituzioni benefiche.
Egli continuava anche la sua attività letteraria in maniera
intensa dando alla luce ancora numerose composizioni di vario
genere: tragedie, cantiche, liriche, prose autobiografiche, critiche,
morali e narrative.
Nel 1838 il re gli assegnò una pensione di 600 lire.
Nel 1851 accompagnò la marchesa Giulia in un viaggio attraverso
l’Italia dove visitarono Firenze, Roma, Napoli.
Nel luglio del 1853 ricevette la visita di Giuseppe Mazzini.
Moriva a Torino il 31 gennaio 1854.
SOMMARIO ^
Ricerca
e testi a cura di:
di Tiziana Sacco