sabato 17 maggio 2008

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SILVIO PELLICO

Silvio Pellico nasce a Saluzzo il 25 giugno 1789.
Studia a Pinerolo e a Torino e successivamente si trasferisce a Lione dove avrebbe dovuto fare pratica nel settore commerciale, ma appare chiara fin da allora la sua inclinazione naturale verso le lettere. Tornato in Italia nel 1809 si stabilisce a Milano. Qui ha l’opportunità di entrare in contatto con il clima culturale romantico del tempo, soprattutto entrando in casa del conte Porro, dove viene assunto in qualità di educatore dei figli Giacomo e Giulio. Conosce i maggiori esponenti dell’ambiente aristocratico e culturale del tempo: Ugo Foscolo, Vincenzo Monti, Pietro Borsieri, Ludovico di Breme, Federico Confalonieri.
Inizia a scrivere intorno al 1812. All’inizio per il teatro e celeberrima sarà la Francesca da Rimini che riscuoterà un grande successo tra il pubblico. Diresse la rivista Il Conciliatore, che ebbe però vita breve, perché soppressa dalla censura austriaca dopo poco più di un anno di pubblicazioni.
Purtroppo a causa del suo profondo sentimento patriottico nel 1820, insieme ad altri amici, viene arrestato dalla polizia austriaca con l’accusa di essere un affiliato della Carboneria. La sentenza è in un primo tempo terribile: condanna a morte, poi fortunatamente commutata in 15 anni di carcere duro da scontare nella fortezza dello Spielberg in Moravia. Sono anni duri, di sofferenze fisiche e morali che lo logorano profondamente, finalmente nel 1830 la grazia imperiale gli permette di uscire e di far ritorno in Italia. Qui il Pellico sceglie Torino come sua dimora e decide di vivere isolato senza più partecipare attivamente alla politica nè tanto meno ai circoli letterari, che pure erano vivaci nella capitale del regno sabaudo. I suoi ultimi anni li trascorre come segretario e bibliotecario, nonché amico della marchesa Giulia di Barolo, che era rimata sinceramente colpita dalla sua triste vicenda di carcerato.
L’isolamento però non gli impedisce di continuare a scrivere e di comporre l’opera più famosa Le mie prigioni, il memoriale che raccoglie l’esperienza dello scrittore nel carcere e di cui si disse che causò più danno all’Austria di una battaglia perduta.
Lo scritto narra dell’arresto, della vita nel carcere, e della liberazione finale, senza mai però condannare quelli che erano i suoi aguzzini, ma ponendo l’accento sul cammino interiore, spirituale e morale, che la durezza delle condizioni in cui fu costretto a vivere e soffrire aveva contribuito a maturare. A poco a poco riscoprì la fede, l’autodisciplina psicologica che lo fece resistere fino alla liberazione, e riuscì a provare un’indulgenza mista a rassegnazione verso l’esistenza e verso gli uomini.
Tanto in carcere che dopo la liberazione compone diverse tragedie, (Ester d’Engaddi, Iginia d’Asti, Gismonda, Erodiade, Tommaso Moro), cantiche (Tancredi, Morte di Dante) e uno svariato numero di liriche.
Muore a Torino il 31 gennaio 1854.

SOMMARIO
Infanzia e giovinezza
Il periodo Lionese
Il periodo milanese
Il Conciliatore
Il 1820
L'arresto
La prigionia

 

Infanzia e giovinezza

Silvio Pellico nasce a Saluzzo il 25 giugno 1789, secondo di nove fratelli.
Il padre Onorato era commerciante, e animato da pura passione dilettantesca, si dedicava a comporre brani poetici e faceva parte di alcune accademie letterarie. La madre, Margherita Tournier, originaria della Savoia, era donna molto pia dotata di un profondo sentimento religioso e naturalmente dedita alla cura della numerosa famiglia.
Famiglia modesta, che però cercò, nonostante le numerose difficoltà di natura soprattutto economica, di crescere i figli in un clima sereno ricco di affetti.
Silvio ebbe quindi un’infanzia relativamente felice ma purtroppo provata da una salute che già si rivelava essere debole.
Nel 1792 la famiglia si trasferisce a Pinerolo, poiché il padre aveva avviato un negozio di drogheria. Qui Silvio, insieme al fratello primogenito Luigi, iniziò i primi studi e il padre stesso cominciò ad infondergli la passione per la lettura, lo studio e la composizione letteraria.
Nel 1799 il padre decide di trasferire il negozio a Torino, forse per tentare nella grande città di avere maggior fortuna negli affari. Nonostante i suoi sforzi per tentare di migliorare in qualche maniera la pesante situazione economica questi si rivelarono vani, l’attività entrò in crisi fino al fallimento. Sorse allora lo spinoso problema di sistemare i figli maggiori. Silvio, grazie all’interessamento di un parente facoltoso che risiedeva a Lione, ha l’occasione di sistemarsi in Francia per continuare gli studi. Il signor De Rubod avrebbe dovuto avviarlo alla professione di commerciante, ma il ragazzo diciassettenne ha ben altre intenzioni, preso molto di più dalla passione per le lettere che da quella per il commercio.

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Il periodo lionese

Il Pellico rimase a Lione fino al 1809 e furono anni importanti che ne segnarono la vita.
Nella cittadina francese aperta agli influssi culturali dell’epoca, egli ebbe modo di conoscere le grandi correnti del pensiero europeo, che la Rivoluzione prima, e il periodo di Bonaparte in seguito, a suo modo mantengono in vita, e quindi di subire l’influenza delle idee illuministiche e razionalistiche che minarono la sua fede alle radici, tanto da fargli abbandonare le convinzioni religiose in cui fino ad allora aveva creduto. Furono gli anni che gli permisero di approfondire la sua cultura letteraria, sia per quanto riguardava le lingue classiche che per quanto riguardava le lingue moderne, dedicandosi a studiare il francese, il tedesco, l’inglese.

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Il periodo milanese

Milano in quegli anni di inizio ‘800 era capitale del Regno d’Italia, sotto l’impero di Napoleone.
La città era uno dei centri più vivaci dal punto di vista culturale e politico del Regno d’Italia, sensibile alle nuove idee di stampo illuminista, aperta agli influssi che giungevano da oltralpe, crogiolo infaticabile di attività letterarie che animavano gli spiriti più audaci e intraprendenti che avevano fondato riviste e si incontravano nei salotti e nei caffè per discutere delle nuove idee. Tutto ciò fu possibile fino a quando la Restaurazione del 1814 non riportò gli Austriaci in Italia, che in breve soffocarono ogni anelito di libertà di pensiero e di espressione attraverso l’arma della censura.
Dunque Milano fu la città che più di ogni altra influì profondamente sul destino politico e culturale del Pellico.
Silvio giunse nella capitale del regno nel 1809, su invito del padre che vi aveva ottenuto un impiego. La gioia di ritrovare gli affetti famigliari era ancor più motivata dal fatto che a Milano lo attirava il clima di fervore letterario che allora si respirava in città, reso assai vivo da figure quali il Monti e il Foscolo, i maggiori esponenti della letteratura del tempo.
Soprattutto Foscolo, rimarrà un punto fermo costante nella vita di Pellico. Egli durante la permanenza a Lione aveva letto con entusiasmo il carme Dei Sepolcri e da allora era nata verso il poeta di Zante una stima affettuosa e una sincera ammirazione, che favorì tra i due un rapporto di profonda amicizia, sia sul piano personale che su quello letterario e il Foscolo sarà per il più giovane amico una fonte preziosa di consigli: esprimerà elogi verso la tragedia Laodamia mentre darà un giudizio negativo sulla Francesca da Rimini.
A Milano, per mantenersi, trovò impiego di insegnante di lingua e letteratura francese nel Collegio degli orfani militari. Il compenso era modesto, ma gli rimaneva comunque parecchio tempo libero da dedicare agli studi e alle amicizie con i personaggi più vivaci dell’ambiente culturale.
La Restaurazione, nel suo tentativo di ripristinare gli antichi regimi dopo la caduta di Napoleone, aveva riportato gli Austriaci al governo, di conseguenza il padre, a causa del decreto che impediva agli stranieri di ricoprire incarichi presso gli uffici governativi, dovette lasciare Milano per far ritorno a Torino, anche Silvio aveva perso la cattedra ma decise comunque di rimanere a Milano da solo, e fu assunto dal conte Briche, come istitutore dei figli Enrico ed Odoardo.
Nel 1816, dopo aver lasciato la casa del Conte Briche, entrò nella casa del Conte Porro Lambertenghi, in qualità di educatore dei figli Giacomo e Giulio. Questi anni che trascorse in casa del conte Porro furono i più sereni, felici e intensi di tutta la sua esistenza che fu poi tristemente segnata.
La dimora del conte era uno dei salotti più prestigiosi della Milano aristocratica del tempo, dove si incontravano l’arte e la cultura in un continuo scambio di idee e di fermenti che alimentava in un certo qual modo quella corrente che proprio allora si andava diffondendo provenendo da oltralpe: il Romanticismo. Esperienza letteraria, politica e civile all’unisono quella del Romanticismo che in una sorta di totale rivoluzione di intenti nei confronti dell’Illuminismo settecentesco, voleva il rinnovamento della letteratura attraverso un legame più stretto con la storia e gli ideali popolari, una ricerca delle origini della poesia nelle passioni sincere dell’animo umano e nel solco delle tradizioni nazionali. Il Pellico in quegli anni fu animato nella sua attività pratica e di studioso e nella sua produzione letteraria dal connubio che facevano questi interessi politici e artistici.
In casa del conte ebbe modo di frequentare in maniera più costante le amicizie già consolidate, quelle del Foscolo e del Monti, e di incontrare altri esponenti della vita culturale del tempo, come Pietro Corsieri, Ludovico di Breme, Federico Confalonieri e di stringerne di nuove.
Indimenticabile per il Pellico fu la serata del 18 agosto 1815 quando al teatro Re la compagnia teatrale di Carlotta Marchionni rappresentò la tragedia Francesca da Rimini. Fu un autentico trionfo di pubblico e legò per sempre alla sua fortuna il nome dell’autore. Essa fu solo una, la più celebre, fra le tragedie composte o pensate in quegli anni fecondi del Pellico, insieme ad altre numerose composizioni letterarie.

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Il Conciliatore
Nel settembre 1818 vide la luce a Milano il “Conciliatore”, il “foglio azzurro” attorno a cui si raccoglieva il gruppo dei romantici. E il Pellico si diede da fare anche in questa nuova avventura, diventando il redattore capo della testata e impegnandosi come giornalista infaticabile e animato diffusore. Purtroppo la sua fu una vita breve, gloriosa ma breve: dopo circa tredici mesi di pubblicazioni e un centinaio di numeri, la censura austriaca non riuscì più a tollerare l’audacia degli articoli che vi apparivano e frappose talmente tante difficoltà che la redazione fu costretta a chiudere i battenti.
Purtroppo però gli articoli del Pellico, infarciti di ideali che inneggiavano alla libertà e al risveglio nazionale attraverso espressioni audaci e molto chiare, avevano già iniziato a suscitare sospetti nella polizia austriaca, che mediante la censura aveva posto fine alle pubblicazioni della rivista e nello stesso tempo si era preoccupata di avvertire il Pellico a cessare la sua attività letteraria in tal senso, pena l’allontanamento dagli stati austriaci.

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Il 1820
Il 1820 fu un anno fondamentale nell’esistenza del Pellico. Egli conobbe e si innamorò, fino a concepire il desiderio di sposarla, della cugina della grande attrice Carlotta Marchionni, Teresa Bartolozzi, che egli con affetto chiamava Gegia. La sfortuna volle che la stessa famiglia dello scrittore non fosse felice all’idea e anche la stessa Teresa dimostrò incertezze nei confronti di quell’unione, per cui non se ne fece nulla, con grande rammarico dello scrittore, a cui stavano per prepararsi nuovi eventi ben più dolorosi. Sempre in quello stesso anno Silvio conobbe un giovane originario di Forlì, che era giunto a Milano con il proposito di fondare un’organizzazione clandestina affiliata alla già esistente Carboneria: Pietro Maroncelli.
Il 20 agosto Pellico, incoraggiato da Maroncelli e ascoltando i suoi ideali di libertà e di riscossa nazionale contro l’Austria, nonostante fosse già stato messo in guardia l’anno prima dalla stessa polizia, decideva di entrare a far parte della Carboneria. Solamente il giorno successivo un editto imperiale austriaco stabiliva la condanna a morte per chiunque si fosse macchiato della colpevolezza di essere carbonaro e pene altrettanto dure per chiunque, anche in maniera indiretta, si fosse reso partecipe in qualche modo all’attività clandestina della società segreta.

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L’arresto
Purtroppo il brutto era di là da venire: e fu il Maroncelli l’artefice involontario della dolorosa disgrazia che colpì lui e i suoi compagni ed amici, dando inizio a tutta una serie di processi contro la Carboneria lombarda. Inviata in maniera poco prudente, perché consegnata nelle mani di un corriere poco affidabile, una lettera al fratello che risiedeva a Bologna, questa fu prontamente intercettata dalla polizia austriaca, che nulla lasciava uscire dal regno senza un assiduo e meticoloso controllo. La lettera conteneva, oltre ad informazioni compromettenti e pericolose, i nomi degli affiliati illustri della Carboneria lombarda, in gergo definiti “buoni cugini”, ossia Romagnosi, Gioia, Porro Lambertenghi, Confalonieri, Pellico e altri, per i quali iniziarono lunghi processi e durissimi interrogatori.
Iniziarono gli arresti: il 6 ottobre Maroncelli, il 13 ottobre Pellico, rinchiuso nel carcere milanese di Santa Margherita.
E’ con questa data fatidica che inizia il tempo del memoriale, forse più famoso di tutto il Risorgimento italiano, quello che causò più danno all’Austria di una battaglia persa, Le mie prigioni, dove sono narrati tutti gli avvenimenti che seguiranno fino alla liberazione, con la decisione però di tacere sugli aspetti più politici e giudiziari.
“Il venerdì 13 ottobre1820 fui arrestato a Milano, e condotto a Santa Margherita. Erano le tre pomeridiane. Mi si fece un lungo interrogatorio per tutto quel giorno e per altri ancora. Ma di ciò non dirò nulla. Simile ad un amante maltrattato dalla sua bella, e dignitosamente risoluto di tenerle il broncio, lascio la politica ov’ella sta, e parlo d’altro”
Infatti l’opera tratta della vicenda umana e spirituale insieme di un uomo che mai in un nessun momento pronunciò parole di condanna contro i suoi persecutori, ma che riuscì a trovare in se stesso la forza e la speranza, illuminate dalla luce di una fede cristiana incrollabile, per resistere senza commettere atti estremi ad una sciagura che lo segnò per sempre.

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La prigionia
13 ottobre 1820 – 19 febbraio 1821

E’ il periodo in cui fu detenuto nel carcere milanese e della prima fase degli interrogatori. Pellico si oppone con abilità e fermezza a ogni tipo di contestazione, resiste e nega ogni accusa con energia. Per un momento si affaccia timida la speranza che egli venga prosciolto e immediatamente liberato, ma poi giunge da Vienna, all’improvviso, l’ ordine perentorio che egli, insieme al Maroncelli, venga trasferito a Venezia per essere sottoposto all’inquisizione della Commissione speciale contro i carbonari.
20 febbraio 1821 – 11 gennaio 1822
E’ il periodo della seconda e fondamentale fase del processo al Pellico, che viene detenuto nei cosiddetti “Piombi”, le carceri del Palazzo Ducale di Venezia. In un primo momento lo scrittore decide di continuare a mantenere la linea di condotta già adottata in precedenza a Milano e cioè di negare fermamente ogni addebito. Sfortunatamente però una sorta di stanchezza, fisica e morale, cominciò a minare il suo fisico che non era, come già sappiamo, dei più robusti, in più a peggiorare la già gravosa situazione, si aggiunsero le confessioni e dichiarazioni di altri affiliati, forse rilasciate in un tentativo di implorare la salvezza, che uniti all’abile maestria nell’estorcere deposizioni dell’inquisitore Antonio Salvotti, fecero in breve capitolare la già debole resistenza del Pellico.
Il 17 aprile Pellico pose fine al suo tormento e ad una lotta sfibrante, forse già persa in partenza, inviando una lettera ai suoi giudici in cui si sottopone al giudizio della Commissione confessando apertamente il reato di appartenenza alla Carboneria.
11 gennaio 1822 – 26 marzo 1822
I prigionieri dichiarati colpevoli vengono condotti nelle carceri di San Michele di Murano dove attenderanno la sentenza finale. Finalmente il 22 febbraio nella piazzetta San Marco viene letta in pubblico la sentenza di condanna: il Pellico era stato in primo grado condannato alla pena di morte, che però la clemenza sovrana dell’imperatore Francesco I aveva commutato in “quindici di carcere duro” da scontare nel carcere fortezza dello Spielberg in Moravia.
Pellico aveva allora trentatrè anni.
26 marzo 1822 – 1 agosto 1830
Pochi giorni di viaggio separano Venezia alla città di Brunn, capoluogo della Moravia, e il 10 aprile 1822 il Pellico varca la soglia terribile dello Spielberg “il più severo ergastolo della monarchia austriaca”, dove resterà rinchiuso tra le sue tetre mura per otto lunghissimi anni.
Finalmente la mattina del 1 agosto 1830, una domenica, giunge a liberare il Pellico, il Maroncelli e un terzo detenuto, il bresciano Andrea Tonelli la grazia imperiale austriaca. I prigionieri prontamente scarcerati, provati nel fisico e nello spirito, sono ricondotti nelle loro terre d’origine, con il divieto permanente di soggiornare nei territori austriaci.
Pellico decide di tornare presso la famiglia che risiedeva a Torino, sollevato di ritrovare in vita tutti i suoi famigliari, infatti uno dei crucci che più lo aveva tormentato durante il periodo di carcerazione era quello di non averli amati abbastanza prima e la paura di non trovarli in vita una volta che fosse uscito libero.

L’ultimo periodo a Torino: 17 settembre 1830 – 31 gennaio 1854

Dopo quanto era successo, Pellico decide di trascorrere l’ultimo periodo della sua vita isolato, tanto dai circoli culturali che da quelli politici, che cominciavano a fiorire in quegli anni a Torino, complice il clima di rinnovamento sociale ed ideologico che grazie alle nuove figure di intellettuali serpeggiava negli ambienti più aristocratici e culturalmente elevati e che avrebbe avuto le conseguenze che sappiamo in quel fenomeno chiamato Risorgimento.
Egli non si fece più coinvolgere nell’attività politica, abbandonò lo spirito rivoluzionario che lo aveva animato durante la giovinezza a Milano ma non dimenticò le idee e le aspirazioni più profonde rivolte al progresso morale e civile degli Italiani.
Intanto il Risorgimento fremeva e accendeva gli animi, e grandi eventi si preparavano a mutare le sorti dell’Italia e degli Italiani: l’avvento al soglio pontificio di papa Pio IX, le riforme varate negli stati italiani verso una maggiore libertà, la concessione dello Statuto da parte di re Carlo Alberto, il cui esempio fu seguito dagli altri sovrani italiani, e nel 1848 la Prima Guerra d’Indipendenza contro l’Austria. Egli seguiva questi avvenimenti con gioia o con dolore a seconda dell’esito felice o meno, ma aveva scelto e deciso di rimanere in silenzio, di mai più esternare pubblicamente i suoi sentimenti, se non nelle lettere agli amici più cari e di cui sapeva di potersi fidare ciecamente.
Nel 1832 fu pubblicato il suo memoriale Le mie prigioni.
In quell’occasione il suo nome destò negli ambienti intellettuali e non solo una gran polemica per i contenuti, comunque il libro ottenne un immediato successo e un’enorme risonanza e si distinse all’epoca come un caso letterario senza precedenti, tanto che divenne il libro italiano più conosciuto e più letto non solo in Italia ma in tutta l’Europa dell’800, grazie alle innumerevoli edizioni e traduzioni in varie lingue che se ne fecero.
Intanto per mantenersi fu assunto alle dipendenze del conte Tancredi Falletti di Barolo in qualità di bibliotecario e segretario. Il suo compito, non troppo gravoso poiché la sua salute già malferma era peggiorata durante la detenzione nel carcere, consisteva nel curare l’immensa biblioteca di famiglia conservata a Palazzo Barolo e nel castello di Barolo, dove il Pellico soggiornò soprattutto nel periodo estivo godendosi la pace e la bellezza dei luoghi agresti. Si dice gli piacesse passeggiare fino al castello della Volta, talvolta in compagnia della marchesa Giulia, della quale era diventato l’amico e il consigliere.
Una volta venuto a mancare il marchese Tancredi, egli continuò a rimanere in casa dei Barolo e diventò il consigliere, l’amministratore e il confidente della vedova Giulia, che una volta sola si ritirò dai circoli sociali per dedicarsi completamente alle sue istituzioni benefiche.
Egli continuava anche la sua attività letteraria in maniera intensa dando alla luce ancora numerose composizioni di vario genere: tragedie, cantiche, liriche, prose autobiografiche, critiche, morali e narrative.
Nel 1838 il re gli assegnò una pensione di 600 lire.
Nel 1851 accompagnò la marchesa Giulia in un viaggio attraverso l’Italia dove visitarono Firenze, Roma, Napoli.
Nel luglio del 1853 ricevette la visita di Giuseppe Mazzini.
Moriva a Torino il 31 gennaio 1854.


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Ricerca e testi a cura di:

di Tiziana Sacco

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