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Speciale
Pasqua 2005
“Cantè
j’Euv “
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Cenni
di una tradizione: il Cantè j’euv
Le piccole comunità rurali del basso Piemonte (la zona che oggi
conosciamo come Langhe, Monferrato e Roero) hanno sviluppato nel corso
dei secoli una miriade di tradizioni variamente legate al calendario delle
festività cristiane. Fino a quaranta-cinquant’anni fa non
c’era in pratica stagione o momento dell’anno che non fosse
fortemente caratterizzato da un rito, una consuetudine sedimentata dal
tempo, una festa popolare, uno spunto di aggregazione. D’inverno
erano le veglie nelle stalle (le vijà) a riunire intere famiglie
al calor di fiato di bestie, stringendole intorno a racconti e canti dialettali,
di primavera era il cantè magg, o la festa dei coscritti, quindi
al sorgere dell’estate la notte di san Giovanni con i suoi misteriosi
falò in cima alle colline, e poi le sagre patronali, le feste della
vendemmia e via via fino al nuovo sopraggiungere dell’inverno. Ma
c’era tra tutte una tradizione particolare, forse la più
sentita in certi paesi, certo la più strana, la più suggestiva
ed emozionante: la questua delle uova, in dialetto cantè j’euv.
L’allungarsi dei giorni, ai primi di primavera, l’erba nuova
nei prati e la luna nuova nel cielo, l’odore nuovo della polvere
delle strade e i primi tepori della bella stagione, inducevano gruppi
di giovanotti a prendere la via delle cascine, nelle notti di quaresima
che precedono la Pasqua. Muovendosi rigorosamente a piedi o, al più,
su carri trainati da bestie, i giovani giungevano al limitar delle aie
e lì cominciavano a cantare, nascosti dalla notte e avvisati solo
dal cane che per lo più si univa stonatamente al coro. La canzone
era una specie di filastrocca in dialetto piemontese: “Suma partì
da nostra cà, ca i-era n’prima seira, per venive a salutè,
devè la bun-ha seira…” (Siamo partiti dalle nostre
case che era da poco sera, per venirvi a salutare e darvi la buona sera).
Questo l’inizio. Poi seguivano altre strofe, molte altre strofe,
in cui si invitava il padrone di casa a uscire e consegnare un po’
di uova. Il padrone il più delle volte usciva per davvero, magari
assonnato nel primo sonno, con i pantaloni ancora in mano, e faceva scivolare
una dozzina d’uova in una cesta portata a braccio da uno strano
figuro, il fratucìn (che era poi nient’altro che un ragazzo
vestito da frate). Dunque succedeva di tutto un po’ in quei cortili
di cascina illuminati solo dalla luna, quando c’era: i cantori cantavano,
il padrone, o la padrona, di casa per lo più stava al gioco e,
dopo essersi fatta attendere un po’, si affacciava all’uscio
con le uova in mano, quindi potevano accadere molte cose: che i cantori
ringraziassero, sempre con il canto, la padrona per poi riprendere il
cammino verso un’altra cascina, oppure che il padrone di casa, ormai
ben desto, facesse entrare in casa o in cantina i ragazzi, offrendo loro
un bicchiere di buon vino rosso e tagliando il salame fatto in casa. Erano
rare le volte in cui il padrone di casa non voleva proprio saperne di
uscire: in quei casi i ragazzi se ne andavano maledicendo la cascina e
i suoi abitanti, in particolare gli animali e il raccolto. Ma erano maledizioni
bonarie e scherzose, non c’era mai reale intento di augurare sventure.
Così, con l’andar della notte, l’intero villaggio risultava
animato di canto e di musica: di musica, certamente, perché i questuanti
avevano sempre con sé il clarino, la fisarmonica, un tamburo o
un trombone.
Certo era una festa per tutti, un bel modo di trascorrere insieme le prime
notti tiepide di primavera. Ma c’erano anche altri significati alla
base di questa tradizione: le uova raccolte erano utilizzate il giorno
di pasquetta per preparare una grande frittata cui era invitato tutto
il paese (motivo di comunione e socializzazione); chi andava a cantare
le uova era quasi sempre poco facoltoso e in penuria di mezzi, e le uova
si cantavano soprattutto in quelle cascine dove c’era abbondanza
di animali e quindi di ricchezza (motivo di giustizia sociale e redistribuzione
del reddito); a volte i ragazzi del gruppo vendevano le uova raccolte
e con il ricavato si pagavano la festa dei coscritti (in pratica la festa
dei 18 anni che tutti i ragazzi di uno stesso paese facevano insieme in
estate); i ragazzi spesso con il pretesto della questua delle uova facevano
la corte alle ragazze, ossia le figlie del padrone di casa, e molti matrimoni
sono effettivamente nati così (motivo di stabilità sociale
e solidità della comunità rurale); e poi chissà quanti
altri motivi, più o meno importanti, più o meno dichiarati,
più o meno attendibili. Quel che c’è da dire è
che per tutto il paese il cantè j’euv era un momento fondamentale
per ritrovarsi insieme, finalmente all’aperto, dopo un inverno passato
chiusi in casa, per tutti era l’occasione di sgranchire le gambe,
ristabilire un contatto con la natura, riprendere la via dei campi dopo
i lunghi mesi di gelo (motivo ecologico).
Eppure tutti questi, invero tanti, motivi e significati non sono bastati
per salvare il cantè j’euv dall’orlo dell’estinzione.
Trent’anni fa le uova non si cantavano praticamente più.
Scomparse. Sembrava persino non ci fosse mai stata una tradizione simile.
Poi un giovanottone di Magliano Alfieri, certo Antonio Adriano, decise
nel 1965 di riprendere per mano la tradizione. Provò a riproporla,
sia nel suo paese, sia nei comuni dei dintorni. E fu immediatamente un
successo. Contemporaneamente, in Langa, precisamente nel minuscolo borgo
di Prunetto, il gruppo musicale dei Brav’om guidato dal mitico “Brun”
faceva la stessa cosa, rilanciando il cantè j’euv anche nei
suoi paesi. Il cantè j’euv era salvo. Da allora la tradizione
non si è mai più persa, anche se ha vissuto momenti molto
particolari. Come nei primi anni Ottanta, quando un gruppo di Bra, animato
da Carlin Petrini oggi presidente del movimento internazionale Slow Food,
ripropose la tradizione in grande stile, invitando in terra di Langa alcuni
gruppi musicali molto famosi in Italia e all’estero. Il cantè
j’euv diventò così una specie di grande festival folkloristico
internazionale, con migliaia di spettatori accorsi da molto lontano per
vedere il cantè j’euv. Ma fu una specie di esperimento, ben
presto esauritosi per lasciare di nuovo spazio ai tanti, piccoli cantè
j’euv di paese portati avanti da gruppi che di famoso non avevano
nulla.
Ed anche ai giorni nostri, tempi di globalizzazione e troppo spesso di
individualismo, la tradizione rimane viva ed attuale, portando generazioni
diverse a ritrovare il piacere di mettersi in cammino nelle sere di primavera,
esprimendo nel canto e nella musica il desiderio di ritrovarsi insieme.
fonte: Comune
di Guarene |
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