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La famiglia Piatti
Conosciamo meglio la Famiglia Piatti alla quale il Comune di Cuneo ha dedicato la più bella scalinata del capoluogo della Granda

Fin dal Rinascimento i Maestri Comacini erano celebrati dai critici d'arte e d'architettura come esperti artigiani che eccellevano nelle costruzioni di torri, chiese, cattedrali ed edifici di particolare rilevanza.
Le migrazioni di queste maestranze  ben organizzate si protrassero nei secoli con generazioni di pittori, scultori, stuccatori che penetrarono nelle regioni confinanti I Piatti, originari di Viggiù, località del varesotto che domina il lago di Lugano, come molti conterranei avevano ereditato la passione della scultura e la loro abilità nel plasmare il marmo era conosciuta anche fuori del paese d'origine:  in Svizzera, a Milano e in Piemonte.
La loro presenza nel cuneese risale alla fine dell'800, quando Domenico Piatti - padre di Antonio, Leonardo e Luigi - venne chiamato con i fratelli per eseguire alcuni lavori presso il Santuario di Vicoforte, in quegli anni dichiarato Monumento Nazionale. La loro maestria nel lavorare il marmo, e la mancanza nel cuneese di abili artigiani che sapessero rispondere alle esigenze della ricca borghesia di lasciare, al termine della vita, una testimonianza del prestigio raggiunto, li spinse ad aprire un laboratorio di scultura sull'attuale Corso Gesso.
Già nel 1889 la "Sentinella delle Alpi" riportava lusinghieri apprezzamenti per le opere dei fratelli Piatti, la cui attività si incrementò sensibilmente nei primi anni del 900 quando lo stile Liberty, che raggiunse con il Bistolfi e l'Alloati le massime espressioni, condizionava profondamente la cultura artistica dell'epoca.

Domenico Piatti si alternava con il fratello nella conduzione del laboratorio, tornado saltuariamente a Viggiù dove i tre figli frequentarono le scuole locali apprendendoi primi rudimenti dell'arte scultorea nella bottega di famiglia. Il primogenito Antonio rivelò subito una spiccata tendenza per la pittura, mentre Leonardo e Luigi si dedicarono essenzialmente all'arte del padre e dei nonni. Luigi dopo un soggiorno a Parigi ai primi del Novecento si stabilì a Roma dove aprì un laboratorio vicino al Cimitero del Verano distinguendosi per eccellenti monumenti funerari e saggi sulla storia dell'arte. Leonardo, alla morte del Padre nel 1915, ereditò l'avviato laboratorio cui seppe dare un'impronta personale e crescente prestigio. A testimonianza delle sue alte qualità artistiche sono i numerosissimi monumenti funerari che si trovano nel Cimitero urbano e in quelli di molti comuni vicini, dinamicamente modellati con senso vibrante della forma che crea effetti quasi pittorici.

Fra le opere a tutto tondo ricordiamo il Cristo per la tomba Desmè, la figura femminile per la famiglia Pacciarini e tra i molteplici altorilievi il medaglione della signora Giulia Innocenti vegliata dal suo fido cane immortalato per sempre accanto alla padrona. Una menzione particolare merita il monumento costruito per la propria famiglia, una magnifica esedra in marmo di Carrara, nel cui sfondo corre uno splendido fregio di fanciulli danzanti che ricordano quelli di Donatello e del Della Robbia in Santa Maria del Fiore, mentre campeggia la leggiadra figura di una bimba  -la figlia dello scultore, morta a 9 anni di difterite - che sorride con un mazzo di fiori sciolti nelle mani, attorniata da purissimi gigli. Parallelamente alla scultura funeraria lo scultore viggiutese si distinse per un'impegnativa produzione di lapidi commemorative, soggetti sacri disseminati in tutta la provincia.

Solo per citarne alcune ricordiamo la lapide dedicata ai Caduti in Libia ed Eritrea collocata sullo scalone del Municipio (1924),  o quelle situate nell'atrio dell'ex Convitto Civico. Particolarmente degno di nota l'altorilievo realizzato per celebrare l'Avv. Amedeo Rossi  (1926), che ancora oggi è possibile ammirare nella strada omonima,  all'angolo con Via Dronero. L'insigne concittadino è raffigurato in un busto bronzo attuato con vera sapienza formale, e la parte allegorica raffigurante "La Carità" raggiunge una sintesi efficacissima di linee, di forma e di rilievo. L'insopprimibile stimolo creativo ha lasciato testimonianze di indubbio valore anche in un ambito più privato, a Villa Angela,  la casa che lo scultore ha abitato dalla data del suo matrimonio nel 1913 fino al giorno della morte nel 1945. Durante gli anni  non ha mai smesso di arricchirla ed abbellirla con  preziosi stucchi, uno spettacolare camino con scene mitologiche, pilastri scolpiti con rara maestria e un  gran numero di statue, busti, altorilievi . Privo dei vincoli imposti dai committenti, dette spazio alla sua creatività realizzando opere il cui unico scopo era il piacere suo e dei suoi cari. Proprio fra queste opere sono stati scelti i due busti che andranno  a testimoniare la sua arte sulla Scalinata dedicata dal Comune di Cuneo ai fratelli Piatti.

Leonardo Piatti, seppur nato a Viggù si considerò  sempre un cuneese, ricoprì importanti cariche pubbliche presso la Cassa di Risparmio e la Società degli Artisti e degli Operai, ed ebbe anche il merito di avvicinare e far amare  Cuneo dai suoi fratelli che vi trascorsero piacevoli soggiorni fra gli affetti familiari. Fu soprattutto il primogenito Antonio ad essere un frequentatore assiduo di Villa Angela dov'era sempre accolto calorosamente dalla cognata e da numerosi cuneesi orgogliosi dell'amicizia con il celebre pittore.

Antonio Piatti, come gli altri due fratelli, ricevette i primi insegnamenti dal padre, che fin dai primi momenti fu sorpreso per la sua straordinaria capacità d'apprendimento confermata dai numerosi riconoscimenti ricevuti durante la carriera scolastica,. A 17 anni seguì il padre nel laboratorio di Cuneo e fu allievo della Scuola di Disegno dell'Istituto Tecnico. Nella sua autobiografia Antonio Piatti  ricorda con piacere quella parentesi cuneese e riporta alcuni curiosi episodi di quel periodo: un professore che ricordava con tale compiacimento un suo lavoro plastico che  se lo fece regalare come  il meglio riuscito fra i lavori dei suoi allievi e un diploma d'onore conseguito da un'opera plastica da lui eseguita, sebbene firmata Fratelli Piatti. Per questo disse che la spavalderia e il coraggio lo aveva preso a Cuneo, a Cuneo s'era sentito per la prima volta'qualcuno'.
Al rientro a casa si iscrisse all'Accademia di Brera , nel 1902 partecipò all'Esposizione Quadriennale di Torino dove si guadagnò una lusinghiera medaglia d'argento. Fu l'inizio di una carriera ricchissima di soddisfazioni e di fama, sebbene, come molti artisti, non fosse mai soddisfatto di se stesso. Viaggiò molto per la sete di apprendere nuove tendenze, confrontarsi con altre esperienze. Appena sposato con la marchesa Virginia Tango, apprezzata scrittrice  nota con lo pseudonimo di Agar, trascorse un periodo a Parigi dove ebbe la possibilità di esporre subito i suoi quadri, appena dipinti e riscuotere sinceri consensi. Proprio in quel periodo, su un Quai in riva al fiume, tra una folla di curiosi, dipinse Sorriso sulla Senna che si trova nella Galleria Municipale di Cuneo. Risale a quel soggiorno parigino l'incontro con il pittore Boldini, mentre al rientro in Italia nel 1905, si stabilì a Roma dove ebbe due incontri indimenticabili: il Papa Pio X  e la Regina Margherita che lo onorò successivamente di una visita presso suo studio per vederlo lavorare. A consacrarlo fra i principali artisti dell'epoca e a considerarlo una sicura promessa  fu la Biennale di Venezia nel 1906 .
Ammiratissimi furono  i suoi ritratti, spesso sbozzati in un paio d'ore, come ricordava il fratello Leonardo che posò a Basilea per un quadro fra i più apprezzati dalla critica. Tocchi larghi, quasi chiazze dimostrano la rapidità e la sicurezza di mano dell'artista, la vivacità delle linee, la sorprendente somiglianza dei suoi ritratti portano ad un susseguirsi di opere sempre apprezzate dalla critica. I suoi continui  legami con il fratello Leonardo e la città di sono testimoniati dalla partecipazione  all'Esposizione Fotografica-Artistica di Cuneo nel 1907 dove Sorrisi sulla Senna ottenne unanimi ed entusiastici consensi. Nel 1909 alla Biennale di Venezia ebbe grande risalto i quadro "Mia", un'opera vibrante e sofferta dipinta in un periodo di dolorosa solitudine. Nell'autunno di quello stesso anno una riproduzione ad acquaforte dell'opera venne donata al Municipio di Cuneo.
I giornali locali sempre attenti a seguire l'opera di Antonio Piatti colsero l'eco del successo e ne diedero risalto sulle prime pagine. Dopo un viaggio in Olanda, l'Esposizione di Roma e la realizzazione di altre opere accolte molto favorevolmente dalla critica, nel 1912 Antonio Piatti scrisse al Sindaco di Cuneo Marcello Soleri offrendosi di fare gratuitamente un ritratto a Giovanni Giolitti come tangibile segno della sua partecipazione alle manifestazioni che si stavano promuovendo per onorare lo statista a cui Cuneo aveva appena conferito la cittadinanza onoraria.

L'onorevole Giolitti acconsentì a due sedute di posa e nel maggio del 1913 il quadro, venne consegnato al Sindaco ed esposto per molti anni in Municipio, e successivamente collocato nella Galleria d'Arte della città. Dopo la guerra che lo vide ferito e poi convalescente in Sicilia, nel 1926 tornò ancora ad esporre le sue opere a Cuneo in occasione della prima Esposizione  Provinciale di Belle Arti durante la quale anche il fratello Leonardo espose alcune statue in marmo di vari soggetti.  Fu  una bella occasione di veder riuniti i due fratelli artisti a cui i cuneesi tributarono un'accoglienza calorosa ed  un apprezzamento convinto delle numerose opere esposte.

 
 
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